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VELLETRI, ILARDI NEI RICORDI DEL PROF. STARACE E LUCA LEONI - Castelli Notizie
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VELLETRI, ILARDI NEI RICORDI DEL PROF. STARACE E LUCA LEONI

Marcello-Ilardi-in-una-foto-di-ALberto-Mariani

Lo hanno salutato in tanti, nel primo pomeriggio di mercoledì, in una Cattedrale di San Clemente gremita come d’altronde si addiceva ad una figura tanto conosciuta in tutta la città di Velletri. In queste ore, nel momento del ricordo, in tanti ne stanno esaltando la figura e tra questi abbiamo raccolto le testimonianze di due suoi amici, il professor Pierluigi Starace e Luca Leoni.  A loro il compito di ricordare Marcello Ilardi, scomparso sabato 18 febbraio all’età di 80 anni.

 

IL RICORDO DEL PROFESSOR LUIGI STARACE: «forse fu ad un cineforum, nel 1955, e forse in un febbraio come questo che se lo è portato via, che vidi per la prima volta quel giovane dal profilo tagliente, gli occhi scintillanti, miranti più oltre  che alla realtà che lo circondava, inviluppante la tensione quasi atletica d’un corpo agile  nelle pieghe d’un  mantello nero, con dei gesti che avevano qualcosa di spontaneamente teatrale.

“Quello è Marcello Ilardi” mi disse uno dei sacerdoti che avevano organizzato l’evento, storico per Velletri.

Non ne seppi altro, capii che doveva essere un seminarista “speciale”, non come gli altri immerso fra i confratelli, e meditai spesso con un misto d’ammirazione, curiosità psicologica e devozione religiosa su quella personalità interessante.

Fui quindi felice quando, oramai ordinato, me lo vidi accanto come assistente in varie attività, tra le quali primeggiava il cineforum. Devo, e dobbiamo a lui, per non citare che due nomi, il fatto che i veliterni abbiano potuto conoscere i films di Karl Theodor Dreyer ed Ingemar Bergman.

Mi accorsi che la mia spontanea simpatia per lui era ricambiata, e trovai naturale confessarmi da lui molto spesso, soprattutto in momenti critici della mia vita,  per la grande serietà, veicolata da  delicatezza rispettosa, che metteva in questa funzione, e che avvertivo più fraterna che paterna.

Dopo che la vita separò anche geograficamente le nostre strade, mi ricordai di lui quando cominciai a darmi da fare per il Malì. Con la stessa cura con la quale aveva seguito la mia anima, Marcello seguì e sostenne concretamente, con continuità e peso, per decenni,  i passi dell’iniziativa, ancora una volta costituendosi in sostegno solido e discreto in ogni momento di quest’altro ordine di crisi.  La sua Clinica fu sempre aperta a persone che gli raccomandavo.

Sabato 5 di questo mese andai a fargli vedere delle foto recentemente pervenutemi delle nostre attività, di cui apprezzò particolarmente quella dell’orticoltura, gli lasciai qualcosa di mio da leggere, e mi promise con spontaneità che l’avrebbe fatto. Siccome stava lavorando, non avrei voluto rubargli tempo, ma fu lui a trattenermi su vari argomenti che gli stavano profondamente a cuore, dei quali voglio ricordare una serie d’episodi che lo indignavano profondamente: il tentativo dello stato di fare cassa anche a costo di distruggere legami sacri di collaborazione delle genti latine,  rinsaldati poi dal cristianesimo. Cioè invischiare qualunque rapporto di libera prestazione d’opera reciproca, perfino tra persone povere,   perfino tra parenti, con  obblighi fiscali, sotto pena di pesantissime multe. A parte ciò fu  con superiore serenità, senza ombra di vanto, che mi dichiarò di non aver licenziato una sola persona profittando della crisi.

Tante e tante volte, decennio dopo decennio, avrei voluto dirglielo in faccia, l’emistichio virgiliano con cui ho titolato il mio ricordo: Marcello,tu sarai, tu vivrai nel futuro, quel futuro verso il quale  forse già  guardavi, nel semibuio dell’”Aurora”,  quel pomeriggio di 57 anni or sono. Ora è troppo tardi per dirlo a te, ma non per dirlo a tutti.

Ma lasciamo ogni tentazione di retorica, della quale forse sono inguaribile. Quando il suono delle celebrazioni si sarà spento, so che in me resterà un semplice ricordo, molto raro oggigiorno: di qualcuno che ha avuto cura della mia anima e della mia creatura, come fossero sue”.  (PIER LUIGI  STARACE)

 

IL RICORDO DI LUCA LEONI – Marcello Ilardi l’ho conosciuto 8 anni fa in Francia. Dapprima mi diede l’impressione di una persona riservata e mi mise un pò in soggezione, ma una volta instaurato un dialogo sul cinema, la conversazione andò avanti liscia come l’olio. Era il professore sempre e comunque, ma un professore che ti stava ad ascoltare, che sapeva distinguere l’albero fruttuoso da quello sterile. Un professore che ci teneva a darti il consiglio migliore, ma poi stava a te farne l’uso che più ti si confaceva. Aveva un senso dell’ironia molto sottile, instillando nell’interlocutore quel tarlo del dubbio anche sul tabù più indiscutibile: era sintomo di grande intelligenza indagatrice, analitica e costruttiva.  

I problemi sapeva affrontarli a trecentosessanta gradi. Doveva aver ereditato quel sesto senso per le chiavi di volta della vita dagli insegnamenti e dall’esempio di suo padre, la cui foto aveva sempre a portata di sguardo sulla scrivania nel suo ufficio di presidenza. E la sua discreta, estesa generosità (della quale non conosceremo mai la reale portata) è emersa agli occhi di tutti nei ringraziamenti inseriti nelle decine e decine di pubblicazioni.

Era un mecenate delle arti con tutti i crismi, un pilastro sul quale poter contare quando si aveva qualcosa di prezioso da dare alle stampe; è stata la motrice dei finanziamenti per il restauro del soffitto tardobarocco della cattedrale veliterna nell’imminenza della visita pastorale di Benedetto XVI nel settembre 2007, in occasione della quale, insieme alla sue famiglia, donò al Museo Diocesano una delle rare opere di un pittore fiammingo cinquecentesco.

Volendo lasciare ai posteri il nome di Marcello Ilardi per la sua fattiva operosità e il suo apporto a tutti e ciascuno, gran parte dell’abitato di Velletri (e di chissà quante altre cittadine) dovrebbe essere scandita da targhe commemorative. Ci si rivolgeva alla sua segreteria per essere ricevuti e chiedergli un aiuto per i problemi quotidiani, di salute e altro, e lui sapeva trovare il momento per dare udienza e darsi da fare in modo risolutivo.

Ma lui era così, con una smorfia ironica e un gesto della mano sapeva mettere a tacere qualsiasi velleità celebrativa nei suoi confronti seppur accennata dal suo interlocutore. Si nutriva di progetti, idee, iniziative anche impossibili, mai improbabili. Amava trasformare in concretezza le intuizioni del mondo delle idee, della creatività.

Il professor Ilardi è stato l’ultimo mecenate per i veliterni. E ignoro successori al suo livello (LUCA LEONI).

 

 

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