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Il caso – Una fisica di Velletri costretta ad emigrare in Svizzera per fare ricerca

Sara Fatale durante un esperimento in laboratorio

Durante le festività natalizie ho incontrato una giovane veliterna, dottoranda in Fisica del Politecnico di Losanna, che per motivi di riservatezza ha desiderato restare anonima. Una normale ragazza di Velletri, con amici, sogni e passioni come quella per il nuoto e per la ginnastica. La sua passione maggiore è però lo studio dove eccelle, prima con una maturità scientifica col massimo dei voti al Liceo “Landi” e poi laureandosi in Fisica all’Università “La Sapienza” di Roma con 110 e lode, scienza che diverrà la sua vita professionale.

Viene spontaneo, allora, chiedere il perchè abbia studiato fisica. 

“Per l’illusione che studiando questa materia si avessero le risposte basilari sul funzionamento del mondo. Sicuramente insegna ad approcciarsi, ad affrontare un problema o gestire la vita in maniera razionale come tutti gli studi scientifici. Ero portata per la fisica che consideravo una passione e per questo non mi ha pesato sacrificarmi e studiare tante ore al giorno”. 

Avevi già pensato di andare all’estero?

“Durante la stesura della tesi mi chiesi se era il caso di restare in Italia. Dopo la laurea, ho fatto due concorsi in ambito universitario per un dottorato di ricerca, ma da noi ci sono pochi posti a disposizione. Penso che i concorsi siano inadeguati perché non rispecchiano la preparazione di una persona nello svolgere il lavoro proposto. Il concorso esiste solo in Italia, all’estero invece si effettua un colloquio col professore con cui si collaborerà. Da noi se in un concorso si arriva in basso in graduatoria, si fa lo stesso il dottorato ma gratis e c’è pure chi accetta col tipico spirito da martire tutto italiano”.

Come sei arrivata in Svizzera?

“Un insegnante di Roma mi ha consigliato un docente, anch’esso italiano, dell’École Polytechnique Fédérale de Lausanne. Gli ho inviato il curriculum e sono stata invitata per un colloquio a spese dell’università svizzera, dove ho visitato strutture e laboratori. La mattina ho presentato la mia tesi e le mie competenze e la sera stessa mi è stata offerta la posizione.

Mi sono iscritta così al “dottorato di ricerca in Fisica” in questa prestigiosa università elvetica, tra le prime in Europa per la ricerca d’avanguardia. A Losanna, d’altronde, sono tanti gli studenti italiani fuggiti da burocrazia e mancanza di fondi, di posti e di organizzazione del nostro Paese”. 

Come si fa ricerca a Losanna?

“In questa splendida città sul Lago di Ginevra, nel cantone francofono di Vaud, un dottorando può permettersi uno stipendio vero, un ufficio, una professionalità totale e la collaborazione con altre università. Non è da tutti fare esperimenti sui superconduttori ai sincrotroni di Osaka in Giappone, di Parigi e di Villigen in Svizzera, come ho potuto io. Queste esperienze sono richieste del ricercatore con l’avallo del politecnico, mentre a Roma tutto è deciso dal proprio professore, col risultato che in Svizzera il dottorando si forma come persona responsabile che sa gestire il lavoro, mentre in Italia si è sempre studenti”.

Quali sono le differenze tra le università italiane e le svizzere?

“La comunità scientifica italiana è chiusa in un obsoleto provincialismo quando le grandi scoperte si hanno con collaborazioni internazionali. L’Italia deve investire di più nella ricerca altrimenti fra 10 anni non saremo più competitivi e produttivi. L’errore è non considerare la ricerca come meriterebbe perché non dà risultati immediati avendo bisogno dei suoi tempi. Eppure come teoria, didattica e formazione gli studenti italiani sono più preparati di altri studenti e quindi bene accetti in altre università europee. Ciò comporta però la “fuga dei cervelli” da un’Italia incapace di tenersi le sue eccellenze, costrette a mettere a disposizione di altri Paesi le loro conoscenze. Questa è la vera perdita economica e culturale italiana perché la formazione svolta da noi viene poi sfruttata da altri Paesi.

Torneresti in Italia?

“Mi manca l’Italia, le sue tradizioni e la sua spontaneità ma da noi, per me, non c’è possibilità di ottenere una posizione dignitosa come in Svizzera. Non ci sarebbe poi la sicurezza economica per avere una famiglia. Se le cose cambiassero, sarei ben felice di tornare e mettere a disposizione del mio Paese le mie capacità. Credo che ogni italiano all’estero la pensi allo stesso modo”.

Che pensano i tuoi genitori di questa tua esperienza?

“C’è soddisfazione per il risultato ottenuto dopo tanto studio. Siamo una famiglia unita e c’è un po’ di apprensione per la distanza ma non dovuta alla civilissima Svizzera”.

Cosa ti lascerà Losanna? 

“Una bella esperienza estera come dottoranda e come insegnante col paradosso di insegnare anche ad altri italiani, però all’estero. Poi il vantaggio d’imparare altre lingue stando a contatto con persone di mezzo mondo, di vivere in un Paese civile come la Svizzera e di e conoscere nuovi posti e culture”.

Se le cose capitano agli altri ci paiono lontane, questo caso invece coinvolge una nostra concittadina e non è il solo! Salutandola penso che “l’Italia, che costringere i propri figli ad emigrare, senza alcuna meritocrazia, non è un Paese civile”.

a cura di Fabio Taddei

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