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Velletri – Le celebrazioni della Madonna delle Grazie si tingono della misericordia del Giubileo

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processioneNovità, tradizione e solidarietà saranno gli ingredienti della prossima Festa della Madonna delle Grazie,  icona della Cattedrale di San Clemente e tra gli appuntamenti maggiormente sentiti dalla comunità veliterna, che vanta una tradizione lunga secoli. L’edizione del 2016 della solenne processione, in concomitanza col Giubileo della Misericordia voluto da Papa Francesco, si svolgerà sabato 30 aprile, il giorno antecedente alla prima domenica di maggio, che quest’anno cade il primo del mese.

E’ stata la Confraternita “Madonna delle Grazie”, con il priore Giampiero Pucci ed altri confratelli, tra cui il cerimoniere Filiberto Cellucci, insieme al parroco Don Marco Nemesi e con la partecipazione dell’assessore Luca Masi, ad annunciare le novità che riguarderanno le celebrazioni della settimana prossima.

madonna-delle-grazieIl corteo con la Madonna in processione uscirà dalla Porta Santa, quella cioè centrale che si immette su corso della Repubblica. L’illuminazione artistica, da sempre fiore all’occhiello dell’appuntamento veliterno, sarà ridotta e riguarderà soli i punti strategici: piazza Garibaldi, piazza San Clemente e palazzo comunale, antistante il quale ci sarà il raduno delle autorità e delle forze dell’ordine della città. Per rendere onore all’anno giubilare, i soldi risparmiati saranno devoluti in beneficienza alla cooperativa Ce.r.co, che da anni si occupa a Velletri dei ragazzi affetti da autismo. I fondi saranno utilizzati per agevolare i costi dell’assistenza specializzata alle famiglie con più necessità. Anche il Comune di Velletri, per l’occasione, si è attivato prevedendo una convenzione che permetterà all’associazione di occupare gratuitamente gli spazi inutilizzati della scuola Colle Petrone, nei pomeriggi e durante i weekend, al fine di permettere un’ulteriore riduzione dei costi dei servizi resi e indispensabili per molti ragazzi, oltre ad offrire spazi ampi e idonei alle loro attività.

Altra novità di quest’anno è il diretto coinvolgimento degli studenti del Liceo Artistico di Velletri e dei bambini delle Maestre Pie Venerine che dipingeranno il cartone tradizionalmente posto a terra per proteggere la pavimentazione dalla cera e su cui passa la processione, nel tratto che va dalla torre fino all’istituto artistico. L’iniziativa, guidata da Eva Shenko, esperta di arte di strada, è una sperimentazione che negli anni a seguire punta ad allargarsi su tutto il tappeto posto a terra, per la lunghezza di circa 7 chilometri.

 

Quella della Madonna delle Grazie, come riportato fedelmente nelle ‘Tradizioni Velletrane’ di Roberto Zaccagnini, è da sempre la Festa per eccellenza.  “Al confronto non esistono né Pasqua né Natale, né Santi Patroni né altre Madonne, sia per la solennità della cerimonia, che per il tripudio e la devozione tributata dai cittadini alla Protettrice di Velletri.  La festa cade la prima domenica di maggio, ma le celebrazioni iniziano già dalla mattina del giorno precedente con le più vistose manifestazioni di fede, per continuare alla sera della stessa vigilia con la processione.

 

L’origine del culto

 

Secondi i primi storici patrii, la sacra immagine oggi venerata, di provenienza incerta, pare fosse stata portata a Velletri addirittura nel 732, subendo successivi spostamenti nella Cattedrale, non avendo avuto per secoli una cappella propria.  Dotte ricostruzioni storiche, col tempo interpretate dal popolo e infarcite di leggenda, la vogliono proveniente proprio in quel periodo dalla Grecia, scampata rocambolescamente alla furia degli iconoclasti.  La lettura della provenienza, e cioè “venuta per mare”, nella fantasia del popolo finì inevitabilmente per essere “ritrovata a mare”, quindi“arrivata sulla spiaggia”, e via fantasticando.

Recenti studi spostano però l’origine a mano senese del XIV secolo, proprio quando pare che quel dipinto cominciasse a suscitare una certa attrazione per i fedeli.  Col tempo crebbe la devozione per questa Madonna da tutti ritenuta miracolosa tanto che, per soddisfare il culto, e per esaudire le richieste dei fedeli, nel 1613 si cominciò a festeggiare la Madonna delle Grazie nella prima domenica di maggio, e qualche anno dopo fu costruita la cappella nella quale oggi è venerata.

Invocata a sostegno delle necessità dell’economia cittadina, e cioè per implorare pioggia o bel tempo secondo le occasioni, accadde che nel 1682 una lunga siccità stesse mettendo a dura prova i raccolti della campagna.  Il 25 aprile, condotta l’immagine in processione, si scatenò improvvisamente un acquazzone da un cielo che – narrano le cronache – non lasciava presagire niente di simile.  La violenta grandinata che accompagnò la pioggia, non recò alcun danno al raccolto.   Lo stesso anno si decretò l’incoronazione dell’immagine, ed eletta la Madonna delle Grazie protettrice della città.  La devozione popolare crebbe a dismisura, e si diffuse anche tra i comuni vicini.  Nel 1685 fu realizzata la copertura in argento a protezione del dipinto, poi rifatta nel 1833.  Dall’anno dell’incoronazione, il culto della Madonna delle Grazie si è tramandato quasi immutato nella sua originaria struttura.

L’immagine mostra la Madonna seduta col Bambinello in braccio.  La Vergine è avvolta da un manto adorno di stelline d’oro, ma un restauro effettuato intorno al 1970, eliminati strati successivi di colore, riportò il manto al suo aspetto originale, cancellando le 73 stelline e lasciandone una sola sulla spalla.  Un vecchio canto popolare di devozione mariana, che faceva ripetuti riferimenti alle tante stelle del manto, già andava decadendo a favore di canti universalmente accreditati, restando patrimonio di pochi fedeli anziani.  Con quel restauro, il canto ricevette il colpo di grazia.

 

I riti di devozione contro il maltempo

Fin dagli inizi del culto, a parte le richieste di grazie da parte di singoli fedeli, le suppliche che la comunità cittadina rivolgeva alla Madonna delle Grazie riguardarono sempre un intervento sui fenomeni meteorologici, e questo, come già abbiamo avuto occasione di rilevare, in dipendenza della natura prevalentemente agricola dell’economia cittadina.  Nel corso del tempo, venne a crearsi un vero e proprio automatismo, una prassi consolidata non solo tra richiesta e concessione, ma addirittura tra modalità di richiesta e concessione.  Basti solo ravvisare questo meccanismo nelle cronache che vanno dai primi anni del ‘700 fin quasi alla fine dell’800.  Quando la troppa pioggia o l’eccessiva siccità mettevano in pericolo i raccolti, l’immagine della Madonna veniva scoperta e solennemente venerata.  Se talvolta ciò non bastava, la si portava in processione e, da quanto risulta, le condizioni del tempo tornavano immediatamente alla normalità.  Ma il percorso della processione non era sempre lo stesso: se si chiedeva la cessazione della pioggia, la processione si dirigeva verso il Monte Artemisio, fin oltre Porta Romana; se invece era la siccità a procurare calamità, allora si chiedeva la pioggia dirigendo la processione verso mare, cioè oltre Porta Napoletana.  Erano questi gli unici casi in cui la processione usciva dalla cinta urbana.  A queste processioni straordinarie partecipavano le Confraternite, la Magistratura cittadina e le Università delle Arti e dei Mestieri.  Il popolo, che aveva richiesto l’officiazione del rito, si limitava ad assistere lungo il percorso.

Un saggio di antropologia su questi riti, fu pubblicato nel 1996 da Anna Maria Capretti: “Il culto della Madonna delle Grazie a Velletri – Il mondo contadino tra riti religiosi e pratiche ambientali”.  Per quanto attiene queste nostre usanze, l’autrice è la prima ad aver affrontato scientificamente l’argomento.

Altri benefici per la città, che le cronache attribuiscono alla devozione per la Madonna delle Grazie, riguardano terremoti nel 1703 e 1806, la guerra nel 1736 e 1744, e il colera nel 1837 e 1867.

Pur senza ricorrere a processioni straordinarie, l’uso di scoprire il quadro della Madonna in occasione di violenti temporali durò poco oltre la metà del ‘900, e il suono delle campane annunciava l’evento.  Chi poteva si recava in chiesa, mentre in tutto il territorio, e nelle campagne, a quel suono i fedeli si concentravano in preghiera.  In casi eccezionali l’immagine veniva scoperta anche dietro richiesta di qualche fedele moribondo che avesse urgente bisogno di conforto, e sempre il suono delle campane annunciava l’esposizione all’intera comunità.

La connessione tra Madonna delle Grazie e bel tempo, riguarda anche i tempi moderni, e in questo basta affidarsi al ricordo dei più anziani, o anche semplicemente a ciò che ognuno può verificare ogni anno.  Mentre le cronache narrano della processione del maggio 1819 quando, nonostante il parere contrario del clero, a furor di popolo si trascinò la Madonna in processione sotto un temporale scrosciante, che si dissolse a metà percorso, nei ricordi dei nostri contemporanei non si verificò più una eventualità del genere.  Infatti la processione fu sempre minacciata, ma mai impedita dal maltempo.  Qualche volta il rito si è svolto in belle e assolate giornate di maggio, ma il più delle volte il tempo ha tenuto comportamenti più spettacolari: nuvole al mattino, peggioramento o addirittura pioggia a mezzogiorno, e ritorno del sereno nel pomeriggio, all’uscita della processione.  Per alcuni anni il fato, o come lo si vuole intendere, ha voluto addirittura strafare: la pioggia riprendeva a cadere fitta dopo il rientro della processione, tanto che spesso non si è potuta svolgere la fiera della domenica.  E nonostante oggi i sentimenti di fede siano più svincolati da credenze superstiziose, i cittadini di Velletri sanno che, per miracolo o per incredibile coincidenza, nel pomeriggio del sabato della Madonna, a Velletri, non piove.  Può piovere altrove, può piovere al mattino, oppure dalla notte successiva fino a tutto il giorno dopo, ma non durante il pomeriggio del sabato.

 

Formule contro i temporali

Contro i temporali, molto spesso portatori di grandine rovinosa per i raccolti, c’erano anche delle preghiere popolari o, per meglio dire, delle formule  magiche  che la convinzione popolare imbastiva di cenni sacri, col risultato che l’effetto non fosse migliore, ma l’imperativo esorcizzante risultasse senz’altro più perentorio.  Citiamo due diversi motteggi rituali, evidentemente della stessa provenienza, come si evince dalla quasi identità delle ultime frasi.  Le trascriviamo così come sono state pronunciate da due anziane donne.

La prima recita: “Alzete, san Bernardo, non più dormire, tre nuvole dal cielo vedo venire, una de acqua, una de neve, e una de male stagione che se vede.  Fatte areto brutta bestia, vattene a quelle macchie scure, dove non c’è nessuna creatura, che non c’è nessuna spiga de grano.  Padre, Figliolo e Spirito Santo”.

La seconda è costituita da 13 frasi, che vengono pronunciate quando si sente che il temporale sta per avvicinarsi.  L’avvicinamento del temporale si capisce dalla diminuzione del tempo che intercorre tra il fulmine e il tuono, cioè dal ritardo col quale arriva il suono rispetto alla luce.  Queste tredici frasi si deve tentare di pronunciarle tra l’attimo del fulmine e il tuono, quasi a tentare di allargare quell’intervallo, dilatandolo a tal punto che il temporale risulti lontanissimo.  Ci pare evidente che un così lungo fraseggio non possa essere pronunciato nel giro di pochissimi secondi; tuttavia è proprio la potenza che si crede possiedano le citazioni bibliche ed evangeliche, a far sperare che esse possano intrufolarsi tutte tra il fulmine e il tuono, contro ogni legge della fisica e della ragionevolezza:

1) Un solo Dio che al mondo mantiene. 2) Due il sole e la luna. 3) I tre profeti Brama, Giacobbe e Isacco. 4) I quattro evangelisti Luca, Giovanni, Marco e Matteo. 5) Cinque sono le piaghe di Cristo. 6) Le sei torce che illuminano davanti a Cristo. 7) Il gallo che cantò in Galilea. 8) Le otto anime giuste che entrarono nell’arca di Noè. 9) I nove cori dell’angeli (qui, la dizione è stata  dillàceli, senza la possibilità di farsela spiegare meglio). 10) La decima di Cristo. 11) Le undicimila Vergini. 12) I dodici apostoli. 13) Non posso più contare, brutta bestia fatte areto, vattene per quelle macchie scure, dove non c’è né sole né luna, dove non c’è nessuna creatura, nessuna spiga di campo. Padre, Figliolo e Spirito Santo.

 

Il tesoro della Madonna

La copertura d’argento che protegge il quadro, lasciando scoperti solo i volti della Madonna e di Gesù Bambino, si è arricchita nel corso dei secoli di una grande quantità di preziosi ex-voto.  Essi, conservati durante l’anno, vanno a decorare il pannello argenteo nei giorni della festa.

Nel 1985, il consistente e antico “tesoro della Madonna” scomparve in un sol colpo, per un furto alle cassette di sicurezza della banca dove era conservato.  Scomparvero così preziosi gioielli, molti dei quali antichi, che i fedeli ormai riconoscevano uno ad uno.  Tra essi, una grossa collana d’oro che pare venisse donata da un contadino, che imprecava contro la Madonna perché il suo campo andava in fiamme.  Scoppiato improvvisamente un provvidenziale temporale, il contadino si ravvide e manifestò con quel dono la sua gratitudine.  Ma altri tentativi di furto avevano, nei tempi addietro, ispirato ladri più o meno esperti.  Intorno alla metà del ‘900, ignoti penetrarono in chiesa e, infranto il cristallo di protezione del quadro, stavano per arraffare i preziosi.  Al mattino, però, il tesoro fu trovato intatto, e nei pressi dell’altare uno spargimento di materie organiche d’ogni genere, segno eloquente di violenti disturbi presi ai ladri al momento dell’azione.

 

Cencio Vendetta

Di un atto di banditismo contro l’immagine della Madonna delle Grazie, avvenuto nel 1858, a Velletri si tramanda ancora oggi memoria.   Il prof. Giovanni Ponzo, dopo ricerche d’archivio intese a ricostruire la vicenda, ne ricavò prima un’opera teatrale, poi un volume pubblicato nel 1992.

Il protagonista della vicenda fu tal Vincenzo Vendetta, detto Cencio, dalla tradizione popolare ricordato come brigante, ma niente di più che un tipaccio dissoluto e violento, già accusato di furti, rapine, violenze, e perfino dell’omicidio di un gendarme.

Alla fine del marzo 1858, durante la Settimana Santa, il Vendetta penetrò nella cattedrale di San Clemente e rubò il quadro e il tesoro della Madonna, nascondendoli in città.  Vi furono tumulti popolari, e del furto furono accusati i gesuiti, che in quei giorni furono fatti oggetto di minacce e violenze: i capi della rivolta pretendevano la ricomparsa del quadro entro il giorno di Pasqua.   Cencio Vendetta informò le autorità di conoscere l’autore del furto e di poter intercedere per la restituzione, chiedendo in cambio, al Papa Pio IX, la grazia per sé e per il fratello, anch’egli ricercato per vari reati, più una rendita vitalizia.  In via provvisoria gli venne rilasciato da Roma un salvacondotto, che però non venne tenuto in alcun conto dalle autorità locali: dopo la restituzione della refurtiva, fu arrestato col fratello e condannato a morte.  Il 29 ottobre 1859 fu decapitato nella piazza di Velletri dall’ormai ottantenne Mastro Titta, il “Boia di Roma”, preceduto dal fratello e da altri tre condannati.

 

La festa e la processione

Tre giorni prima della festa, le campane a distesa annunciano l’inizio del triduo.  Il sabato mattina, vigilia della festa, la chiesa inizia a riempirsi di fedeli, mentre la  macchina che recherà la sacra immagine viene preparata al centro della chiesa.  In tarda mattinata, nella cattedrale la gente è stipata fino all’inverosimile perfino nell’area dell’altare e nelle cappelle laterali, e altra gente s’accalca all’esterno senza speranza di poter fare neanche capolino, a ridosso dell’entrata centrale e di quella laterale fin nella piazza.

 

Quindi il quadro viene prelevato dalla sua cappella, attraverso il retrostante corridoio, e portato verso la macchina.  Già la comparsa dell’immagine, seppur condotta con un velo di protezione, suscita un immenso entusiasmo, sottolineato da grida di evviva.  Sistemata nella macchina e aperta la tendina, si scatena il finimondo tra gli evviva e le invocazioni, mentre dal campanile attaccano a distesa le tre campane, e all’esterno si susseguono forti esplosioni.

 

Tutti coloro che si trovano per la prima volta ad assistere a questa manifestazione, riferiscono di non aver mai potuto immaginare un tripudio e un’emozione simili.  Il servizio d’ordine intorno alla macchina è garantito dai Portatori della Madonna, da alcuni anni costituiti in una associazione che attualmente conta circa settecento aderenti.  Costoro riescono a fatica a trattenere la pressione della folla, tentando molti di avvicinarsi per toccare la macchina, o sfiorarla con oggetti personali come orologi e catenine, operazioni che i Portatori compiono su richiesta, per arginare il fervore.  Ragazzini vengono presi in braccio e avvicinati alla sacra immagine, mentre la viva commozione è evidente negli occhi di tutti, perfino nelle persone che sembrerebbero più scettiche o meno disposte ad abbandonarsi ai sentimenti.   Ognuno porta le sue storie: c’è chi, pur commosso, esulta, mentre c’è chi si dispera nell’evidente necessità di un conforto, di un soccorso, di una grazia.

Tra canti e litanie, l’immagine resta esposta tutto il giorno, vegliata da fedeli che sostano e da un continuo andirivieni di visitatori.   Nel pomeriggio inizia la processione, spettacolare per la sua lunghezza.

Degli anni passati si ricordano i torpedoni parcheggiati in periferia, coi quali arrivavano fedeli non solo dalla provincia ma dall’intera regione.  Nella seconda metà dell’800, la Società delle Strade-ferrate Romane rilasciava biglietti di andata e ritorno Roma-Velletri con forti sconti, in occasione della festa della Madonna delle Grazie.  Un esempio di fervida fede veniva da certe donne, in particolare quelle provenienti dai paesi della Ciociaria, che raggiungevano Velletri con ogni mezzo, anche a piedi, e arrivavano il giorno precedente dormendo all’aperto.  Molte di esse usavano porsi in ginocchio all’ingresso della chiesa, e arrivare carponi fin sotto l’altare della Madonna, trascinando la lingua in terra.  Manifestazioni simili potevano capitare ancora verso la metà del ‘900.

La processione è aperta dalla banda musicale, cui fanno seguito le centinaia di fedeli che fuoriescono dal  cancellonedella chiesa, ai quali si uniscono le altre migliaia che sostano nel tratto di Corso tra Porta Napoletana e Piazza Caduti sul Lavoro.   Per alcuni anni intorno al 1975, furono conteggiate presenze di cinque, sei, settemila persone soltanto tra i partecipanti alla processione, senza contare coloro che assistono ai margini delle strade.  Per quattro o cinque ore, transitano in doppia fila i fedeli attraverso un lungo circuito per le vie cittadine, recando quei ceri che, venduti in quei giorni in quasi ogni genere di negozio, costituiscono la caratteristica di questa processione.

Essi infatti sono solitamente di grossa dimensione; alcuni raggiungono proporzioni disumane mentre c’è chi, per raggiungere calibri irreperibili in commercio, arriva ad accoppiarne due.  Senza nulla togliere a chi porta ceri di dimensioni modeste, è ragionevole credere che la dimensione del cero sia direttamente proporzionale all’intensità della devozione, alla importanza della grazia che si chiede, o di quella che si è ottenuta, e questa è buona cosa, perché ringraziare è più difficile che chiedere.

Dal corteo si levano canti mariani, quelli universalmente conosciuti, e uno della tradizione delle nostre parti.   Quasi tutte le donne indossano camici neri, un po’ per deferenza, ma soprattutto per proteggersi dalle gocce di cera che, specialmente in questi ultimi anni, sollevano regolarmente polemiche sulla stampa locale.  Lo strato di cera in terra provoca infatti, nei giorni successivi, grossi problemi alla circolazione dei veicoli e degli stessi pedoni, nonostante le camionate di terra che vengono sparse prima della processione.  Se migliaia di persone partecipano al corteo, altre migliaia si assiepano lungo le strade, facendo ala lungo tutto il percorso.  Un divertimento dei bambini al passaggio della processione, era quello di raccogliere con le mani la cera che cola copiosa dai ceri, per farne grosse palle, o pallottole per ingaggiare battaglie non appena transitata la processione.  Oltre ai grossi ceri, altra caratteristica di questa processione è la presenza di numerosi fedeli, quasi sempre donne, che camminano scalzi per penitenza.

A proposito dell’andare scalzi in processione, recentemente qualcuno ha teorizzato una arguta e cinica considerazione tecnica: i contadini erano abituati a camminare liberamente scalzi nelle vigne, e usavano le scarpe soltanto all’interno della cinta urbana.   Il giorno della Madonna essi arrivavano scalzi a Velletri, calzavano le scarpe fuori Porta Napoletana per percorrere il breve tragitto fino alla cattedrale, quindi si scalzavano di nuovo, con sollievo, per la processione.  La penitenza perciò c’era, ma solo per pochi minuti: quelli in cui indossavano le scarpe.

Nei secoli scorsi partecipavano tradizionalmente alla processione anche le cosiddette “zitelle alla dote”, cioè le ragazze che dovevano sposarsi e non disponevano di mezzi per il corredo di nozze.  Esse ricevevano una somma da enti assistenziali, secondo varie procedure, meriti o gare, e poi sfilavano in processione indossando il ricco costume velletrano della festa.

Dopo il lungo serpentone della  cera, seguono le Confraternite, il Clero, le Associazioni.  Per ultima esce la macchinadella Madonna, quando dall’inizio della processione sono già passate alcune ore.  E’ preceduta da un’altra banda, seguita dalle autorità civili e, in coda, ancora altro folto pubblico di fedeli.  La macchina è una pesantissima struttura ornata di luci, decorazioni e figure: alle staffe anteriori, posteriori e laterali, si alternano gli stremati  portatori che fortunatamente negli ultimi anni, cresciuti notevolmente di numero, possono godere di un ricambio continuo.  Tra segni di devozione della gente, fiori lanciati dalle finestre, e gli “evviva Maria” gridati dai portatori, cui fanno eco le persone in strada, la Madonna percorre in un tripudio generale il percorso nel dedalo di vie, che tocca tutte le chiese del centro storico.  Quindi, piegando in Piazza Garibaldi, il corteo torna direttamente in cattedrale attraverso tutto il Corso.

Il rientro della Madonna in cattedrale finisce sempre intorno alla mezzanotte ma, nonostante l’ora, trova gremiti non solo l’interno della chiesa, ma anche la piazza antistante e la grande piazza Caduti sul Lavoro, dove è realmente impossibile passare o spostarsi tra la folla accalcata.  Il rientro della sacra immagine è accompagnato dalle stesse indicibili manifestazioni che, nella mattina, avevano salutato l’esposizione.  Suono della banda, evviva e battimani, campane a distesa, mitragliate di petardi, accompagnano la Madonna nel tratto fin davanti l’ingresso della chiesa, dove dallamacchina vengono smontati alcuni elementi per consentirne il passaggio.  Nell’attimo in cui la macchina scompare dalla vista di chi è fuori, e appare invece per coloro che attendono all’interno, il clamore raggiunge il suo massimo livello.  Quindi il quadro viene esposto sull’altare maggiore, in una apposita cornice simile a quella della macchina, e di nuovo si leva il tripudio allo scostarsi della tendina per l’ultimo saluto alla Vergine, ripetendosi poco dopo, quando il dipinto viene definitivamente coperto.

Durante la giornata di domenica, la Madonna resta esposta alla devozione, mentre alla sera si tiene il tradizionale spettacolo di fuochi d’artificio.  Il lunedì pomeriggio le vengono tributati ancora segni di giubilo e affetto: dopo la funzione, il quadro torna a prender posto nella sua cappella.

 

Gli altarini

Un tempo, le manifestazioni in onore della Madonna non si risolvevano nei soli giorni della festa, ma si protraevano per tutto il mese di maggio, non a caso detto “mese mariano”.  In chiesa si tenevano funzioni, prediche, canti di litanie, mentre in molte strade si addobbavano gli altarini.

 

Ancora oggi, sui muri, sono visibili le nicchie che contenevano le sacre immagini.  Alcune si sono conservate, altre sono state ripristinate, specialmente negli ultimi anni che hanno visto un risorgere della tradizione.  Iniziava una vera e propria gara tra gli abitanti della strada e del quartiere, per porre in opera i migliori addobbi: fiori, lumini e ghirlande di mortella facevano da cornice all’immagine che per tutto il mese veniva venerata, con adunanze, preghiere, e canti dei fedeli in strada.  Anche per i ragazzini era un’occasione per darsi da fare, sia per gli addobbi, che per la questua che si faceva, allo scopo di provvedere l’olio per i lumini.

 

(informazioni tratte da ‘Le tradizione velletrane’ – di Roberto Zaccagnini)

 

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