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RACCONTI ENOLOGICI - L'azienda Emanuele Ranchella e gli antichi vitigni: il recupero del Trebbiano Verde - Castelli Notizie
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RACCONTI ENOLOGICI – L’azienda Emanuele Ranchella e gli antichi vitigni: il recupero del Trebbiano Verde

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Si conclude con la Cantina Emanuele Ranchella l’ultima tappa di questo viaggio alla scoperta dei “Vignaioli in Grottaferrata”: un percorso che ci ha fatto toccare con mano – nell’ambito della rubrica Racconti Enologici di Castelli Notizie – la tenacia e la passione di persone, imprenditori nonché cittadini di questo territorio che hanno deciso, unendosi e sfidando dissidi e contrasti, di camminare fianco a fianco in nome della promozione del territorio. Che la storia, lo splendore e la fama di queste terre tornino forti ad alluminare il nostro futuro, proprio come hanno fatto con il nostro passato.

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“Dalla terra la vita, dalla vite ogni bene”

Non è facile trovare la giusta combinazione di parole che esprima la poliedricità di Emanuele Ranchella, oggi alla guida dell’azienda di famiglia: conoscitore della storia romana del territorio, sognatore, assaggiatore, agronomo e – last but not least – vignaiolo con una grande conoscenza e una grande umiltà. La passione che mette nel raccontare il suo territorio ed il suo lavoro è tanta: un incantatore di parole che piacevolmente si ascolterebbe per ore. Emanuele è consapevole del potere della
comunicazione, una consapevolezza che lo porta a condividere le sue conoscenze, mettendole a disposizioni di tutti (al momento ad esempio, sulla pagina Facebook della cantina è possibile leggere e scoprire la “lacrimazione” o “pianto” della vite).
Quello di raccontare e divulgare i cambiamenti naturali che stagionalmente si manifestano sulla vite è anche un modo per veicolare la filosofia aziendale: il lavoro svolto in vigna ha un ruolo centrale in tutta la produzione. Il vino è il sangue della terra, ciò che la terra ci dona. Come diceva Lucio Giunio Moderato Columella, famigerato agronomo dell’antica Roma: “La vigna produce aceto. L’uomo ne ottiene vino”.

Emanuele Ranchella in Vigna

Per questo, secondo Emanuele, Il vino è il prodotto dell’ingegno dell’uomo che, partendo da ciò che la natura è in grado di offrire, riesce ad ottenere un prodotto salubre, buono e interessante, mantenendo con abilità aromi e profumi naturali che si ritroveranno poi nel bicchiere.

Il vino è un veicolo culturale

I vigneti dell’azienda Emanuele Ranchella sorgono in diverse zone: all’interno della valle Marciana e sulla dorsale conosciuta come Colle dell’asino. Precisamente, quest’ultimo vigneto sorge in un luogo che ai tempi dell’antica Roma veniva chiamato “Ad Decimum”: nome derivato dalle omonime catacombe e dal decimo miglio dell’antica via Latina. Qui sorgeva la Villa di Opimiano. Come tutte le antiche ville romane, anche questa fu sviluppata vicino ad una sorgente di acqua tiepida, al tempo detta “Acqua Tepula”, che ancora oggi si può ammirare all’interno del vigneto. Si legge inoltre sul sito web dell’azienda:” Nel tenimento di A.D. Decimum, troviamo ulteriori grotte antiche romane, risalenti al primo secolo A.C, che fanno parte dell’antica Villa di Opimiano, in cui sono presenti vasi vinari e botti in castagno una volta molto in uso nella zona”.
Ad Decimum è infatti il nome di una delle due etichette di bianchi prodotte dall’azienda, ottenute da uve provenienti da questo tenimento. IL blend che dunque si ottiene è un 50% di Malvasia Puntinata, 25% Trebbiano Verde e 25% Trebbiano Giallo, conosciuto anche come “Greco Antico”.

Uno dei punti forti dell’azienda è sicuramente il lavoro di recupero di antichi vitigni autoctoni parte della storia e dell’ampelografia del territorio – tra cui Malvasia Puntinata, Trebbiano Giallo e Verde e Bombino -che si è compiuto e che ancora si sta compiendo. Ad oggi una storia che parla di vino deve soprattutto salvaguardare la peculiarità e l’identità del territorio. Questa è la carta vincente – secondo Emanuele –
per non essere tagliati fuori dalla globalizzazione dei vitigni internazionali: ” Piantare queste tipologie di vitigno sul nostro territorio vuol dire andare a perdere la nostra identità. Oggi il vino è un veicolo culturale, capace di esprimere appunto la cultura del territorio con le sue particolarità, con la sua essenza. Molti vitigni si sono persi in questo modo. Triste ricordo di ciò l’eliminazione del Cesanese da queste zone avvenuta in seguito al boom del Frascati risalente agli anni 60′ “.

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Salvare la storia e l’identità del territorio: il recupero del Trebbiano Verde

Un’importante azione di recupero compiuta dall’azienda è quella nei confronti del Trebbiano Verde, effettuata su uno dei vigneti parte del corpo aziendale, composto da viti di circa 95 anni. Alcune di queste sono addirittura ancora sconosciute, in corso di registrazione, proprio al fine di recuperare la storia e l’identità del territorio.
Il Trebbiano Verde arrivò nelle zone dei Castelli Romani circa 200 anni fa. Quando nel 1848 Grottaferrata fu proclamata comune a sè, staccandosi dai territori di Marino e Frascati, l’Italia non era ancora unita e quel territorio apparteneva dunque allo Stato della Chiesa. Questo fece sì che, al fine di avere il numero minimo di popolazione necessario a costituire il nuovo comune, le famiglie dei padri fondatori convogliarono parte degli abitanti delle Marche in questo territorio – che da lì si riportarono il
Verdicchio, il loro vitigno madre – investendo su queste nuove zone, con una storia tutta da riscrivere.

Così, nel 1857 arrivò anche la famiglia Ranchella in qualità di coloni pontifici, riprendendo quella che da sempre era stata la loro attività di sostentamento: la viticoltura. Oltre che viticultori, da subito furono anche vinificatori. “Proseguendo la tradizione di famiglia anche nei difficili anni del dopoguerra – si legge sul sito web dell’azienda – diventano i migliori fornitori di numerosi ristoranti romani sino a raggiungere livelli tali da essere scelti come fornitori privilegiati dalla Guardia Svizzera Pontificia”. Così il Verdicchio, piantumato su questi territori nel giro di 200 subì degli adattamenti climatici e di terreno, trasformandosi.

In questo vigneto quasi centenario, pocanzi nominato, sono ancora presenti alcune piante madri sulle quali è stato effettuato un lavoro di recupero delle marze, portate a Conegliano a far ripropagare. Circa 13 anni fa è avvenuto il rimpianto di questo vigneto esclusivamente con questa tipologia di ” Trebbiano Verde”, nome che solo nel Lazio può essere utilizzato per indicare il Verdicchio, proprio perché la sua è
una storia profondamente legata all’identità di questo territorio. Dopo circa dieci vendemmie dal rimpianto cominciò a maturare la valenza enologica adatta per poter procedere all’imbottigliamento. Da questo Trebbiano Verde nasce infatti la seconda etichetta prodotta dall’azienda: il Virdis, un mono varietale che esce decisamente fuori dai contesti classici di vino del territorio.

Nonostante i traguardi raggiunti, la ricerca per il recupero di questi vitigni autoctoni, come anche della loro valenza enologica, continua: non è assicurato che un vitigno antico possa esprimere un buon vino. È così che Emanuele Ranchella sperimenta questo lavoro di ricerca e di attenzione sul territorio, contestualizzandosi nella
nuova evoluzione del vino, guidata anche da un consumatore più attento e consapevole.

Vignaioli in Grottaferrata - Emanuele Ranchella

Vignaioli in Grottaferrata: la storia di vino di Emanuele Ranchella

Quella dei Vignaioli è una realtà nata sotto le difficoltà del Lockdown, presentata pubblicamente lo scorso settembre presso l’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata: “emblema della nostra storia, della nostra identità e delle nostre radici”, ci dice Emanuele. “La storia dell’abbazia a livello enologico è importante.
Già tra il 1400/1500 i nostri monaci producevano un vino ottenuto da queste zone. Sin da allora i monaci riuscivano a far giungere questo vino alle valli del Reno, grazie ad una rete di monasteri che creavano tra loro una forte economia”, ci racconta, senza smentire la sua voglia di divulgare l’essenza storica di questi territori. Continua Emanuele: “Quado io e Tiziana ci siamo accorti che le sei aziende che oggi
compongono l’associazione, seppur piccole, davano vita a sei storie di vino completamente diverse l’una dall’altra, a sei percorsi totalmente diversi, abbiamo capito che unendole si sarebbe dato a questo territorio un forte messaggio radicato alla sua identità. Un territorio che vuole riprendersi i suoi legittimi
spazi. Grande merito è quello di aver avuto a capo una donna forte e capace, Tiziana Torelli, che è stata in grado di unirci, di farci sentire coesi, sbaragliando anche il nostro ego maschile che a volte ci è stato di intralcio. Lei ci ha creduto, riuscendo così a limare tutti gli spigoli, unendoci. Anche il territorio deve credere nella rinascita. Oggi noi, come piccoli vignaioli, crediamo moltissimo nella ripartenza di questa
nicchia, diffondendo questo messaggio: credere nei vitigni autoctoni, nella vinificazione fatta con attenzione e qualità, ricordando sempre che il vino nasce in vigna, non nasce in cantina. Credo moltissimo in questa piccola rete di aziende – ognuna con il suo percorso, offrendo al consumatore una molteplicità di storie – protagoniste di un progetto pilota rivolto però a tutto il territorio limitrofo. La nostra
missione è far comprendere che senza una qualità estrema non vinceremo mai, rimanendo rilegati nel Lazio come vini non di grande qualità”.

Emanuele mostra la stratigrafia di colate laviche in grotta (1)

In cantina

Dopo il nostro sopralluogo in uno dei vigneti dell’azienda, è il turno della visita in cantina. Celata da un antico e affascinante portone risalente all’800, la cantina, oltre ai silos in acciaio, ospita delle vasche in cemento. Il cemento – spiega Emanuele – è particolarmente adatto ad assicurare un’ottima termicità di conservazione. Caratteristica del patrimonio enologico dei Castelli, anche all’interno della cantina dell’azienda Ranchella è presente una grotta, originatasi dalle antiche colate laviche. Ancora oggi la stratigrafia che vanno a comporre è ben visibile. La particolarità di questa grotta, utilizzata ormai per la conservazione delle varie annate, è proprio quella di essere stata scavata tra due strati di lava: uno faceva da pavimento e uno da cielo.

Antiche vasche di cemento in grotta (1)

All’interno della grotta sono presenti anche vecchie vasche di cemento, risalenti a dopo gli anni 40, che quest’anno verranno riutilizzate per sperimentare una
fermentazione spontanea in grotta, controllata dalla sola temperatura naturale della terra.

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