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Palestre, dopo 6 mesi di stop c'è chi prova a rialzarsi. A Frascati l'esperienza arriva dal Crossfit - Castelli Notizie
Attualità

Palestre, dopo 6 mesi di stop c’è chi prova a rialzarsi. A Frascati l’esperienza arriva dal Crossfit

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di Claudia Proietti

Mentre a Montecitorio e al centro di Roma ieri divampava la protesta degli esercenti al grido di “Io apro”, in tutta la penisola sono migliaia le attività in ginocchio che rischiano di non tirare su la saracinesca dopo le chiusure imposte dalla misure anticovid. Uno scenario preoccupante per un’economia già provata dalle contrazioni degli anni precedenti e, se per cinema, ristoranti, teatri, bar e mercati uno spiraglio sembra intravedersi con il calo dei contagi e le riaperture graduali, c’è un settore che ancora non vede luce e che invece attende risposte concrete. Palestre, piscine e centri sportivi sono di fatto chiusi senza soluzione di continuità dal 26 ottobre 2020 e per loro, tranne sporadici ristori indirizzati più che altro alle persone fisiche come gli operatori sportivi, i tecnici, gli allenatori e gli istruttori, i piccoli imprenditori hanno raccolto le briciole di un piano di sostegno che evidentemente riflette l’italico disinteresse per il mondo dello sport. C’è da dire che qualcuno ha trovato un escamotage attraverso il ricorso a tesseramenti a federazioni specifiche, includendo un’attività agonistica e annesse gare di interesse nazionale…gli altri si sono attenuti alla legge e hanno lasciato le porte chiuse.

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Eppure, solo pochi giorni fa, il presidente Anpals, l’Associazione nazionale palestre e lavoratori sportivi, Giampiero Guglielmi, preannunciava ai microfoni dell’Ansa: “Il 30% delle palestre non riaprirà più dopo un anno di chiusura a causa della pandemia. Le strutture sportive hanno avuto perdite di 150-200 mila euro ma hanno ricevuto 6-7 mila euro di ristori, che non sono sufficienti neanche per una mensilità dell’affitto dei locali”. Un quadro sconfortante che trova purtroppo conferma nei numeri e nei timori espressi anche da numerose realtà locali, molte delle quali hanno però deciso di stringere i denti e, nel rispetto delle normative che prevedono la possibilità di praticare attività solo all’aperto e in forma individuale, continuano  a credere in un sogno imprenditoriale trasformato in un progetto di vita. “Siamo totalmente chiusi da 6 mesi – raccontano Emanuele Cultrona, 46 anni e Giordano Mancini, 34, titolari del box Crossfit Frascati che siamo andati a trovare in questi giorni – e da 250 iscritti siamo passati a neanche 80 tesserati. Un crollo comprensibile visto il lungo periodo di stop e attività svolta solo online, ma sinceramente preoccupante, che investe la nostra azienda a neanche 4 anni dalla sua apertura”.

Oltre 400 metri quadri di capannone, un affitto di circa 2.700 euro al mese a cui aggiungere 1.300 euro di utenze e 500 euro di pulizia mensili, il costo annuo di 3.200 euro per l’affiliazione al marchio Crossfit e mutui sostanziosi per le attrezzature a fronte di 13mila euro totali di ristori da settembre 2020 ad oggi. Un grande spazio proprio tra Cocciano e il centro città, in Vicolozzo di Spinetta, che i due giovani imprenditori e da sempre personal trainer, hanno dedicato, non senza sacrifici e paure, a un metodo di allenamento ormai popolarissimo e che negli anni ha conquistato una platea variegata e sempre più numerosa. A ragazzi giovanissimi, liceali e universitari che affollavano i turni pomeridiani e serali, fino a pochi mesi fa facevano da contraltare gruppi di lavoratori, professionisti, imprenditori, impiegati, commessi, casalinghe e mamme che fin dalle 7.30 di mattina rispondevano “presente” all’appuntamento con il benessere e l’attività fisica. “Una parentesi che i nostri clienti – racconta Emanuele – non senza difficoltà erano riusciti a ritagliarsi tra i mille impegni quotidiani e la frenesia di una vita che troppo spesso lascia poco spazio per sé e per il benessere psicofisico. Molti credono che il Crossfit sia un metodo di allenamento adatto solo a chi ha già capacità, forza e resistenza ma in realtà è uno sport che rispetta le prerogative e gli obiettivi di ciascuno di noi e soprattuto ha la finalità di migliorare innanzi tutto noi stessi. Un’attività che viene svolta in forma individuale e che per questo si presta benissimo alle limitazioni imposte dal Covid. Avremmo potuto tranquillamente proseguire con le modalità che già da tempo avevamo adottato: autocertificazioni, classi ridotte, distanziamento, sanificazione degli attrezzi e niente spogliatoi. Un sistema collaudato e sicuro, che avrebbe concesso a noi di limitare le perdite economiche e ai nostri clienti di fare attività fisica”.

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“Adesso basta – aggiunge Giordano – e visto che nessuno ci tutela o suggerisce soluzioni come giustamente è stato fatto per molte altre attività, abbiamo deciso di creare un’alternativa. Grazie anche alla disponibilità e alla comprensione dei proprietari dello spazio che occupiamo, abbiamo allestito un’area esterna vicina al nostro box che permetta a tutti di allenarsi in sicurezza seppur a ranghi ridotti. Abbiamo investito altre risorse e altro tempo ma ad oggi non abbiamo altra scelta: continuare a rimanere fermi significherebbe chiudere. Vogliamo lavorare e i nostri clienti hanno bisogno di fare sport, ce lo chiedono ogni giorno, soprattutto in un momento difficile come questo in cui le relazioni interpersonali e l’aspetto sociale delle nostre vite è stato rivoluzionato. Inoltre molti fisioterapisti e sanitari che si allenano e collaborano con noi ci hanno confermato l’aumento di patologie e disturbi legati alla sedentarietà di questi mesi. Noi ci siamo rimboccati le maniche, crediamo che però che sia arrivato il momento di avere risposte certe e che anche per il mondo dello sport vengano fornite soluzioni concrete da qui a breve”.

Un’esperienza, questa di Frascati, che riflette lo stato in cui sono costrette ad operare le oltre 180mila imprese che tra palestre, piscine, scuole di danza e centri fitness contano circa 700mila lavoratori dipendenti e 280mila professionisti. Un settore il cui giro d’affari pre-pandemia era di circa 12 miliardi l’anno e che solo nel 2020 ne ha perso almeno la metà. Sembra comunque che dopo il 20 aprile governo e regioni dovrebbero confrontarsi per stabilire linee guida più chiare e decidere se maggio finalmente potrà essere il mese della ripresa.

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