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Salute mentale e Covid-19 in carcere: intervista al prof. Alfredo De Risio - Castelli Notizie
Attualità

Salute mentale e Covid-19 in carcere: intervista al prof. Alfredo De Risio

De Risio Carcere

Il professore Alfredo De Risio, docente di Criminologia Clinica e Psicoterapia Forense dell’Università LUMSA di Roma ed esperto penitenziarista risponde ad alcune nostre domande andando a fondo della rilevante questione della salute mentale in carcere durante l’epoca pandemica.

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Professore Alfredo De Risio, Docente di Criminologia Clinica e Psicoterapia Forense dell'Università LUMSA di Roma intervistato sulla questione della salute mentale in carcere.
Professore Alfredo De Risio, Docente di Criminologia Clinica e Psicoterapia Forense dell’Università LUMSA di Roma intervistato sulla questione della salute mentale in carcere.

di MARIA SOLE LUPI

In questo tempo di emergenza sanitaria pandemica densa di contenuti e di paradossi, il carcere è ancora di più accentuato nella sua funzione di microcosmo della società contemporanea. In esso vengono sintetizzate e canalizzate tutta una serie di disfunzioni politico organizzative e di problematiche sociali, economiche e di salute che rischiano ogni giorno di non venire debitamente attenzionate nella così detta società libera.

Come dimostra l’ultimo Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione: “Oltre il Virus” pubblicato a marzo 2021, i suicidi in carcere nel 2020 sono saliti a quota 61. Il dato più alto dagli ultimi venti anni. Ultima spiaggia di un decorso psichico di tipo patologico e di un sistema di vita penitenziaria non salubre.

Continuano a giungere quotidianamente notizie di tentati suicidi, di atti di autolesionismo nelle nostre prigioni. Sintomo non solo di una evidente fragilità del diritto alla salute in carcere (definito all’Art.11 dell’O.P sulla base dei principi costituzionali) per politiche di ventennali contrazioni di budget e mancato rinnovo del personale sanitario, ma anche per la gracilità di un sistema ai più precluso e per sua natura morbigeno.

Tuttavia, pur nell’evidente complesso e composito territorio, ancora poco spazio viene riservato a comprenderne le motivazioni di fondo o a mettere in luce storture e potenzialità. Una buona sanità in ambito penitenziario non è solo espressione di una società civile ma anche espressione di una buona medicina preventiva. Certamente, non è facile operare nel contesto specifico ed ancor più ad indirizzo di quelle persone che, già afflitte dallo stato detentivo, hanno sentito amplificato l’eco del dramma pandemico che non ha risparmiato nessuno.

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Il carcere, infatti, in quanto specchio della società esterna e luogo di privazione della libertà personale per antonomasia, è un luogo abitato dalle tante singole vulnerabilità (dalle più alle meno manifeste). Per questo motivo è importante fare luce anche sui bisogni di salute della popolazione detenuta, la quale, come da D.P.C.M. del 1 aprile 2008, è divenuta a carico del Servizio Sanitario Nazionale.

A tal proposito abbiamo intervistato il prof. Alfredo De Risio, docente di Criminologia Clinica e Psicoterapia Forense della LUMSA ed esperto penitenziarista. «Il carcere è società; è la risposta dello Stato alla richiesta di tutela dei suoi cittadini. Ma se da un lato, questa è la risposta dell’ordinamento giuridico, dall’altro appare necessaria una profonda rivisitazione del senso da dare alla privazione della libertà». In un recente volume “Le nuove prigioni” (a cura di Alfredo De Risio, Alessandra Gherardini, Matteo Pio Ferrara) spiega il professore: «proprio sull’onda del COVID 19, il mondo ha conosciuto il lockdown che, seppur in forma transitoria, ha consentito ai più di sperimentare il deprivation model su cui si fonda l’esperienza della reclusione e di come questa misura, anch’essa normata, abbia poi dato vita a diversificate forme di disagio mentale».

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Copertina del libro “Le nuove prigioni” disponibile all’acquisto sul sito IBS

E’ evidente che il tema della salute mentale in carcere rappresenta un’area particolarmente critica. Spazio viene dato dalle raccomandazioni contenute nel parere: “Salute mentale e assistenza psichiatrica in carcere” espresso nel marzo 2019 dal Comitato nazionale di bioetica (Cnb). Il presente documento fa riferimento a modalità più umane di detenzione, con opportunità di formazione e di lavoro nella prospettiva risocializzante. Una forma basilare di tutela della salute mentale in carcere.

Quali strategie per una più adeguata risposta ai bisogni di salute mentale reclusi?

«La strategia prioritaria per tale finalità si basa sulla competenza professionale. Da qui l’investimento dell’Ateneo ove mi pregio insegnare. Una visione del trattamento condivisa dagli operatori sanitari in una strategia di rete integrata e da essi gestibile attraverso strumenti, metodologie professionali ed investimenti adeguati. Il tutto nel rispetto di quell’art.27 della Costituzione che, in tutta la sua attualità, esprime come la pena debba tendere alla riabilitazione del reo. Consapevoli che la salute mentale  in ambito penitenziario è essenziale e non delegabile».

Ma come è possibile leggere la condotta suicidaria in ambito penitenziario?

«Approcciarsi alla realtà del suicidio reputando questo comportamento un errore estremo, significherebbe banalizzare la complessità di questa tematica. Il rischio è di ridurlo ad una condotta da correggere e non da accogliere. Il considerare il suicidio il sintomo di un disturbo psichiatrico può far intendere che si tratti solo di un evento legato alla psichiatria. Queste persone presentano invece una vulnerabilità che li differenzia dalla maggior parte degli individui che, pur soffrendo di analoghi disturbi, non hanno mai pensato al suicidio. Una vulnerabilità ancorata a quel dolore consapevole di chi si sente irrimediabilmente perduto. E’ un “dolore mentale”, che può essere chiaramente distinto dalla depressione e da altri disturbi psichiatrici in virtù dell’unicità della sofferenza percepita dal soggetto e della sua intollerabilità. Il suicidio si verifica quando il dolore mentale arriva ad essere percepito come non più sopportabile.

Prosegue il dott. De Risio:« Provando a pensare al suicidio come via di fuga, possiamo intuire che non è un movimento verso la morte, quanto invece una scelta per sottrarsi a un’emozione con la quale non siamo più disposti a convivere. La perdita di un affetto, di una posizione sociale, dell’autostima, della speranza può essere reale o anche simbolica e determina una sensazione di incompletezza e di vuoto che non tutti riescono a colmare in tempi tollerabili ».

Nel concludere, quale è il suo pensiero in tempi di emergenza sanitaria?

«Mantenere alti livelli di copertura vaccinale, come in evidenza anche nel dibattito mediatico, appare fondamentale per il successo del Piano Nazionale vaccinale. Essendo il carcere società, l’istituzione penitenziaria si configura quale opportunità di accesso a popolazioni più vulnerabili e soggette a movimentazioni».  

Non si può non condividere la visione del professore sul bisogno di creare un argine a un sistema penitenziario che anche sulla tutela del diritto alla salute è in sofferenza. Confidando in un cambio di rotta nella nuova guida politica al Ministero di Giustizia della neoministra ed ex Presidente della Corte costituzionale Marta Cartabia . Fondamentale il recupero delle proposte emerse nel Tavolo di lavoro n° 10 sulla “Salute e disagio psichico” degli Stati Generali sull’esecuzione penale del 2017 e non confluiti nella Riforma dell’Ordinamento Penitenziario del 2018.

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