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Terremoto di Amatrice, 5 anni dopo: le drammatiche testimonianze dei soccorritori dei Castelli Romani

Italy, Amatrice,  August 24, 2016 earthquake in Amatrice
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Era la notte tra il 23 ed il 24 agosto del 2016 quando la terra tremó sotto i piedi delle popolazioni del Centro Italia. Con una magnitudo di 6.0 le vie dei paesi del reatino hanno cambiato volto e si sono trasformate in lunghe scie di macerie e morte. 
Crollarono case, scuole e chiese: intere comunità  sono state sotterrate in pochi minuti nel buio della notte. Centinaia i morti, centinaia i feriti.

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Echi di angoscia e di dolore hanno pervaso tutta la Penisola, le immagini di tanta distruzione hanno solcato i cuori, lasciando ferite che ancor oggi appaiono vivide e profonde.

In ricordo di quel tragico terremoto, di quanti sono morti, e in omaggio alla forza delle comunità colpite dal sisma, nei seguenti giorni vissuti nel più totale smarrimento,  riproponiamo le testimonianze di chi, dai Castelli Romani – che si sono mostrati come sempre generosi e solidali -, è partito alla volta di Amatrice e dei paesi limitrofi per prestare aiuto. 

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Nessuno vivo sotto le macerie”Il gruppo Reseda Onlus chiamato ad Amatrice per la ricerca dei superstiti

“Abbiamo lavorato giorno e notte cercando tra le macerie ma non abbiamo trovato nessuno che fosse ancora vivo”, ha commentato così Roberto Salustri i suoi giorni ad Amatrice, nel tentativo di riportare alla luce qualche superstite del terribile sisma che ha colpito il reatino la notte del 24 agosto scorso. Roberto, insieme ad altri due colleghi dell’associazione Reseda Onlus, un gruppo di primo intervento con sede a Genzano, è partito alla volta di Amatrice alle prime luci dell’alba dopo il terremoto, chiamati per supportare le squadre impegnate nella ricerca e recupero. “Siamo dotati di strumentazioni idonee nella rilevazione della presenza di corpi ancora in vita, ossia la termocamera e il rilevatore di gas, e abbiamo ispezionato i cunicoli creati dal crollo o qualsiasi anfratto in cui una persona potesse essersi riparata all’interno dei tre civici a noi assegnati – ha spiegato Salustri – ma siamo riusciti ad estrarre solamente un cane che si trovava sotto ad un tavolo, che in qualche modo gli ha fatto da protezione”. 

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Lungo il corso principale del piccolo Comune laziale, Vittorio Umberto I, nessuno è stato estratto vivo dalle macerie. “Qui le case sono troppo vecchie, realizzate in pietra di arenaria, e sono venute giù senza lasciare scampo a chi non è riuscito a mettersi in salvo uscendo fuori dalle proprie abitazioni. Altrove le case erano più resistenti e qualcuno si è salvato, ma noi purtroppo non siamo riusciti a trovare nessuno che fosse scampato alla morte”. Un letto disfatto poteva indicare che probabilmente la persona che vi dormiva durante quella tragica notte non era stata uccisa nel sonno e che quindi era riuscita a scappare, di qui lo studio delle probabili uscite, della disposizione delle stanze per capire dove scavare, spesso con le mani o con l’aiuto di piccoli mezzi, sperando di arrivare a sentire ancora un alito di vita sotto le macerie. E invece nulla. Solo il silenzio della morte.

“Non abbiamo avuto molti rapporti con le persone sopravvissute, poiché siamo giunti quando già tutti si erano rifugiati altrove, tranne quelle volte in cui i parenti delle persone ricercate venivano fatte accedere sul posto, scortate dai vigili del fuoco, per riferire informazioni utili all’individuazione delle stanze e dei possibili percorsi di fuga”. Dopo tre giorni di incessante lavoro, però, la squadra della Reseda Onlus ha fatto ritorno a casa, lasciando la continuazione del lavoro nelle mani dei mezzi pesanti. “Ormai non vi era più speranza di trovare qualcuno vivo”. Stanchi e spossati, nel corpo e nell’anima, dopo aver dormito tra una pausa e l’altra sui propri zaini, il gruppo genzanese ha lasciato, non senza difficoltà, il Comune di Amatrice. “Dopo il crollo di un ponte utilizzato per entrare ed uscire – ha aggiunto Salustri -, l’unica via di accesso era una strada stretta, intasata dai mezzi di soccorso e persino dai curiosi. Purtroppo è anche accaduto che una Fiat 500, di persone giunte sul posto per curiosare, abbia bloccato un’intera colonna di aiuti”. Ma l’impegno di Reseda Onlus non si è esaurito. Così come è stato fatto per gli aquilani, l’associazione si sta attivando per sostenere gli sfollati attraverso la donazione di impianti solari. E’ iniziata quindi la gara di solidarietà sia per acquistare gli impianti per le tendopoli e per la ricostruzione, sia per trovare volontari in grado di installarli, perché l’emergenza non si è certamente esaurita.

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Lacrime alla vista della statua della Madonna – I vigili del fuoco hanno restituito l’icona sacra ai sopravvissuti

“Quando i vigili del fuoco a sorpresa sono entrati nel campo con la statua della Madonna della Chiesa di Accumoli c’è stato un momento di commozione generale, tutti piangevano, cittadini e soccorsi. Poi è arrivato il parroco che ha officiato la messa”. Il momento di semplice quanto straordinaria quotidianità, suggerito dal rinvenimento dell’effige sacra, intatta dopo i crolli, resterà per sempre impressa nel cuore di Fabio Capogrossi, della protezione civile di Lanuvio, che ha raggiunto il suo gruppo ad Accumoli per aiutare nell’allestimento delle tende e nella gestione del campo. Così come, molto probabilmente, non dimenticherà mai quei volti, quegli occhi, di chi è scampato dalla tragedia ma che ha la distruzione nel cuore, e che, nei difficili giorni seguiti al disastro, iniziava a chiedersi quale futuro li avrebbe attesi. “In tutti i racconti che ho ascoltato c’era sempre la stessa tragica circostanza dell’essere riusciti ad uscire dalla propria casa e dell’essersi ritrovati al buio tra le macerie, nella devastazione più totale. Qualcuno ha espresso la volontà di andare via, i più invece quella di riveder ricostruita la propria comunità”. Nell’espletare le mansioni i soccorritori venivano aiutati anche dagli sfollati stessi. “Dicevamo loro in continuazione che non avevamo bisogno di nulla, ma ci rendevamo conto che loro avevano bisogno di rendersi utili”.

Estratte persone vive all’hotel Roma Il pianto disperato di un figlio senza più speranze di ritrovare la madre sepolta

All’interno della colonna mobile Fedivol, partita alla volta dei Comuni terremotati la mattina seguente la scossa, c’era anche Emiliano Falcioni, del corpo di protezione civile di Ariccia. “Con tre colleghi siamo giunti ad Amatrice – ha raccontato il volontario -. La prima cosa che mi è rimasta impressa è stato l’ospedale, interamente crepato, anche se ancora in piedi, e tutto il personale spostato nel parcheggio esterno, dove avevano allestito un pronto soccorso e trasferito i pazienti dei vari reparti. Tutto intorno, alzando lo sguardo, solo distruzione”.

L’aiuto dei volontari ariccini si è concentrato nel rinvenimento di alcuni superstiti, anche al famoso hotel Roma. “Abbiamo estratto dalle macerie una signora anziana che era rimasta incastrata a testa in giù. Un altro signore, visibilmente scosso, dopo essere tornato alla luce e controllato dai sanitari, ha preferito allontanarsi a piedi alla ricerca di qualche familiare. Altri ancora non ce l’hanno fatta”. Da qui poi il camminare smarrito tra i cumuli di macerie, fino ad arrivare ad una traversa del corso principale.

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“Un uomo ci dava direttive su come era fatta la sua casa per trovare la madre rimasta sotto – ha continuato Emiliano -. Eravamo lì a scavare con le mani, e a mano a mano che scendevamo rinvenivamo i particolari di una vita andata in pezzi, ma sembrava che c’eravamo quasi, che l’avremmo trovata di lì a poco. E invece nulla. Dopo oltre tre ore di tentativi un vigile del fuoco ha riferito al signore, che attendeva con ansia, che non si poteva andare oltre se non con i mezzi pesanti, ma che non sarebbero mai potuti arrivare in quel punto per via della mancanza di strade accessibili. L’uomo iniziò a piangere in modo disperato”. Emiliano è anche il protagonista del ritrovamento, insieme ad un collega, della campana della chiesa di Saletta, frazione di Amatrice, dove si era diretto per consegnare delle tende ed un bagno chimico.

Quaranta persone presenti al momento del sisma e 22 i morti. La campana, trasferita poi al campo, è riuscita a riportare un soffio di comunità che il terremoto ha sotterrato in pochi minuti.

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