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Ciampino, il paese dove non c’erano i vecchi: ripartire dal "Colosseo" (Parte 1) - Castelli Notizie
Attualità

Ciampino, il paese dove non c’erano i vecchi: ripartire dal “Colosseo” (Parte 1)

ciampino storica

Conclusione provvisoria, marzo 2007
“Ripercorrendo le strade e la storia di Ciampino per riprendere a parlare di noi, di come eravamo, ripartendo da un finale aperto”..

Come per chiudere un cerchio, i passi mi portano verso l’imponente complesso del Sacro Cuore.
Sul sagrato la pittura stinta del madonnaro, il tetto della chiesa è stato riparato, l’interno ristrutturato e la facciata ridipinta, ma il portone è chiuso.
Giro l’angolo e arrivo davanti al fu “Colosseo” di Ciampino; il muretto è ancora in piedi e la scritta “Laboratorio Artistico” biancheggia sulle incrostazioni verdastre, una pianticella di ortica striminzita tenta la scalata ma si ferma a un palmo da terra, tra fondi di bottiglie e schegge di vetro.
Qualcosa mi dice che è da qui che bisogna ripartire, dal punto che più di ogni altro mostra l’abbandono senza ritorno, la fine di qualcosa che fu l’orgoglio di una Ciampino non ancora nata e che non ha più senso nella Ciampino odierna.

ciampino storica_ ilcolosseo

Davanti al muretto cariato del sacro Cuore, davanti ai cocci e all’ortica, realizzo con un senso di stupore e di soddisfazione che a Ciampino vivono e operano tante persone innamorate di questa terra che sempre è stata generosa, e che produce e fruttifica grazie a quell’attaccamento che subentra all’accoglienza, confusionaria quanto si vuole, ma calda.

Alla cantina sociale i cantieri sono aperti, per l’IGDO si attendono decisioni e sviluppi.
Sì, è forse da qui che bisogna ripartire, dal vecchio collegio simbolo di una aristocrazia superata, dimenticata, e di un dopoguerra difficile, che continua ad essere il cuore di Ciampino. Un cuore che al momento non pompa.

ciampino storica
ciampino storica
ciampino storica

Cartoline
Qui nel bosco dove vivo gli alberi cominciano a spogliarsi. Arriva l’autunno.
Prendo una mattina il treno Velletri-Ciampino. Per ritrovare luoghi persone strade, momenti.
Rivisito durante il breve tragitto i ricordi che mi stanno incollati al cuore come cartoline sparse alla rinfusa. Mi ritrovo in un momento alla stazione di Casabianca.

Gli occhi vanno alla lapide che ricorda le vittime del gravissimo incidente ferroviario avvenuto nel gennaio del 1992. Tra le vittime anche il macchinista Tommaso Cocuzzoli che abitava alla Folgarella.
Ecco la pista, gli aerei, l’8° Reparto, Viale di Marino. Aria di casa. Parco Aldo Moro. La villa salda e gentile fra i pini. Il Centro Anziani Guerzoni, il campo di bocce, i giochi per i bambini.
Sopra la scarpata, il lungo isolotto con la fila di villette con giardino, rimasto com’è sempre stato. Il treno rallenta, scendo al primo binario.
Piazza Luigi Rizzo. I due grandi ippocastani, il tassista sempre al suo posto. Michele Di Fabio detto Mike, originario del Molise. Lo conosco da una vita e non so quasi niente di lui.
“Ciao, Mike, tu come sei arrivato a Ciampino? e come ti ci trovi?” Gli chiedo dopo i saluti.
“Arrivai qui nel 1969 da Montreal, dov’ero emigrato nel 1959 come lavoratore generico. Poi sposai Rita Di Petacciato, che mi raggiunse nel 1962. Ho due figli canadesi. Avevo comprato una casa in Viale del Lavoro perché qui c’era già un mio fratello che lavorava in aeroporto con la KLM. Apro il Canadian Bar portando avanti contemporaneamente l’attività di tassista… ventisette anni di sacrificio. Mi piace il lavoro. A Ciampino è come se ci fossi nato. Prima era un paese un po’ allo sbaraglio, ora si comincia a vedere la sua identità. Speriamo di risistemare la vecchia cantina che è uno sconcio, un simbolo non troppo buono… un dirupo”.

Gli occhi corrono per abitudine ai manifesti affissi nei paraggi. Così mi rendo conto di cosa bolle in pentola a Ciampino. E anche di chi ci lascia per sempre diretto al Cimitero Comunale. Mando a tutti un saluto, che mi siano familiari o meno i loro nomi.
La villa di Giovanni Paviolo appare abbandonata, una coltre di aghi di pino ricopre la gradinata muffita. Sul cancello arrugginito c'è ancora il cartello Attenti al cane, ma non ci sono cani nel giardino spoglio. La magnolia si è come dimagrita, slanciata in alto per assorbire il sole.
Era fiorita, in quella estate inoltrata di fine anni Settanta, ed io mi fermai ad ammirarla. Il cane abbaiava furioso, una bella signora si affacciò sulla porta e m’invitò a entrare, colse una magnolia e me la offrì.

Era la mamma dell’avvocato Giovanni Paviolo, all’epoca direttore di Anni Nuovi, storico mensile locale con cui collaboravo in quegli anni.
Tintoria Tre stelle. Ghigo aveva sedici anni, la Lambretta e il montgomery che andava tanto di moda. Abitava a Roma, aiutava la madre che gestiva la tintoria e la notte dormiva nel retrobottega, forse per fare la guardia. Mi seguì un pomeriggio lungo Via Folgarella con la sua lambretta, e nei pressi della Guardia di Finanza mi si affiancò. Disse che stava leggendo un libro molto interessante, se volevo me lo prestava. “La prossima volta che ci vediamo” disse, e con una giravolta rumorosa sparì e subito ricomparve con il libro. Non ricordo il titolo. Il prestito del libro era
una tattica ricorrente di accostamento.

Dove ora c’è il bar, in Via S. Francesco d’Assisi angolo Via Folgarella, c’era il negozio di abbigliamento UGA. Doveva essere ancora inaugurato quando avvenne la disgrazia; il figlio più piccolo dei titolari fu travolto da un camion all’altezza del cinema Vittoria, mentre faceva con un compagno il solito gioco pericoloso: agganciarsi e farsi trainare per la salitella. Ma perse la presa e rimase incastrato fra trattore e rimorchio. Chi assistette alla scena ne restò scioccato.
All’angolo di fronte c’era il baretto della sora Peppa, il ritrovo dei giovani che seduti fuori aspettavano al varco il passaggio delle ragazzette. Si diceva che facessero scommesse sulle belle da conquistare, e che un certo Coriolano di Morena le vincesse tutte.
All’inizio di Viale Roma c’era l’officina di Giovanni Sisti, fabbro ferraio, e vi lavorava anche il figlio Amato. Le scintille sprizzavano fin sulla strada. Quando passavo, Amato mi faceva un cenno di saluto molto affettuoso col martello a mezz’aria, poi riprendeva a battere a ritmo col padre. Era un buon amico di mio fratello Augusto, facevano lo stesso mestiere e frequentavano la stessa comitiva.

Continua…

Tratto e ridotto da L’erba sotto l’asfalto ‒ Storie dalla piana dei Castelli dal ’55 al ‘75, Edizioni Controluce 2007
Foto dall’archivio di Anni Nuovi e dall’archivio di Maria Lanciotti

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