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Ciampino e ciampinesi negli anni della grande trasformazione (Parte 3) - Quando le ragazze degli anni Cinquanta progettavano il loro futuro - Castelli Notizie
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Ciampino e ciampinesi negli anni della grande trasformazione (Parte 3) – Quando le ragazze degli anni Cinquanta progettavano il loro futuro

Continua il viaggio a ritroso nel tempo di Maria Lanciotti tra le strade e la storia di Ciampino

 

Nello stesso caseggiato in cui alloggiava la Ferrero, in Piazza Trento e Trieste, c’era il laboratorio dei fratelli Paluselli, che riparavano radio, giradischi e televisori. Ospitarono, in quei locali, un corso di taglio e cucito promosso dalla Necchi, che noi ragazze lavoratrici frequentavamo nell’intervallo del pomeriggio.

La maestra di cucito, una prosperosa e vivace ragazza fiorentina, in breve c’insegnò le basi del mestiere e alla fine del corso mi ritrovai con una meravigliosa macchina da cucire elettrica che mia madre ‒ incerta se acquistare per la mia dote, come allora si usava, la Singer da Nicola Contenti in via IV Novembre ‒ decise invece per la Necchi che costava all’incirca due anni del mio stipendio.

Su un modello creato da Anna Maria confezionammo i grembiuli per l’ufficio con scampoli che trovammo alla merceria e stoffe da Ciccillo, color nocciola e crema come gli automezzi della Ditta. Pagammo tutto di tasca nostra e il lavoro non lo mettemmo in conto, nessun rimborso ma tanti complimenti. “Questo sì che è spirito di corpo!” commentava il signor Pietro, compiaciuto del suo piccolo esercito al servizio della cioccolata, e per festeggiare propose di organizzare un pranzo al sacco in una fraschetta all’Acqua Acetosa. Che subito univocamente si nominò pranzo aziendale.

Detto fatto partono le disposizioni. Anna Maria porta antipasti sfiziosi ricetta della nonna, Pina le lasagne piatto forte della madre, Teresa l’arrosto misto con patatine novelle del suo orto, Mario insaccati e coppiette del miglior norcino di Ciampino originario di Norcia, Silvio di Marino formaggi tipici laziali e pane maltagliato, Mimmo di Casabianca insalatina e verdure miste per il pinzimonio, Gentile frutta di stagione bene assortita, e a me tocca portare il dolce, a grande richiesta una torta al caffè.

Il signor Capoccetti non contribuisce perché ha le cambiali in scadenza, esente il signor Pietro perché ci dà mezza giornata libera, Alberto ci concede l’onore di unirsi a noi e non è poco, e l’impiegato di Colleferro autodispensato in quanto invalido e con famiglia a carico.
Per mettere a punto il pranzo fra una cosa e l’altra passano diversi giorni. Quando finalmente si va, il tempo è brutto.

L’oste ci sta aspettando, e sulla lunga tavolata ha disposto una sfilza di litri di vino e qualche gazzosa.
“E l’acqua?”
“L’acqua fracica i ponti”.
Fuori le vettovaglie, e ridendo e scherzando facciamo repulisti.
“Noi della Ferrero siamo una grande famiglia” dice il signor Capoccetti degustando un rosso pastoso. “Oste, portaci un altro litro!”
Coro: “Che noi se lo bevemoooo…”
Il pranzo si chiude con la mia torta al caffè, cinquemila lire alla pasticceria in via IV Novembre, che non piace a nessuno.

“Troppo liquore” sostiene il signor Capoccetti, “ammazza il caffè, che caffè non è, ma è una ciofeca”. E un terzo del mio stipendio finisce nel bidone degli scarti, destinati agli animali domestici.
Si canticchia qualche vecchia canzoncina: “Maramao, perché sei morto? Pane e vino non ti mancava, l’insalata era nell’orto…” e l’impiegato di Colleferro attacca con voce baritonale: “Vieni, c’è una casa nel bosco, il suo nome conosco, vuoi conoscerlo tu?”
“Ma non sia mai!” si protesta in coro. E mentre la pioggia viene giù malinconica uno dei ragazzi strilla: “Oh, ma che è ‘sto mortorio?” e si va tutti fuori, sotto la tettoia, a tirare due calci al pallone.

In tempo di elezioni le piazze di Ciampino erano tutte un fermento, specialmente in serata. Ricordo le amministrative del 1957, che si tennero a maggio.
L’aria primaverile invitava a passeggiare, a stare tra la gente. Sui palchi sventolavano le bandiere dei vari partiti e comunisti democristiani socialisti missini e repubblicani tutti infervorati a sfidarsi, e non sempre solo a parole.

Ci prendevamo sottobraccio, noi ragazze, e giravamo per il centro, con la gonna svasata o l’abito scozzese a pieghe, i sandali con la zeppa in sughero, qualche fiorellino colto per via rigirato fra le mani.
Non sapevamo nulla di politica, però esperte di dottrina cristiana, ma colpiva la passione che da quei palchi si sprigionava inondando la piazza di idee e ideali spesso contrapposti ma sempre autenticamente sostenuti. Assistevamo a quei comizi bollenti col naso all’insù, mentre botte e risposte volavano fra le diverse fazioni, proprio come succedeva nei film di Don Camillo e l’onorevole Peppone.

Pino l’orologiaio era amico di tutti. La sua oreficeria in via Monte Grappa era un punto d’incontro. Nel nostro giretto serale spesso passavamo a salutarlo e lui ci accoglieva sempre con un sorriso. Si parlava del più e del meno, si commentavano le notizie del Giornale Radio – nel suo negozio c’era sempre la radio accesa a basso volume ‒ e quelle locali. Pino, della grande famiglia Sisti, ragionava con calma su ogni cosa, si poneva interrogativi sulle sorti del Paese e del nostro paesello, sulla qualità e incremento della vita. Eravamo tutti suoi clienti, controllava i nostri orologi al minimo segno di stanca, aggiustava lì per lì ogni oggettino, d’oro o d’argento che fosse, prolungando le pacate conversazioni e offrendo gratis le sue riparazioni dicendo che avremmo fatto tutto un conto in occasione di un acquisto importante, che era piuttosto raro.

Al rientro noi ragazze ci accompagnavamo a casa a vicenda, finché l’ultima non restava sola. Capitava però che, passeggiando passeggiando, si arrivasse tutte fino all’ingresso militare dell’aeroporto, in fondo a via Folgarella; nel casotto c’era la sentinella impassibile, ferma ingessata, e noi distrattamente ci intrattenevamo a chiacchierare proprio lì davanti sapendo che il poverino non poteva fare una mossa.
Noi signorine avevamo tanti corteggiatori, c’era sempre qualcuno che ci seguiva a dieci passi di distanza, e dovevamo fare molta attenzione a non voltarci per non dare soddisfazione, e per non essere prese per civette. Attrazione e tabù se le davano di santa ragione.

Ogni tanto durante la settimana andavamo al cinema di Martella, che faceva lo sconto comitiva. Era passato il tempo degli eroi di cappa e spada, stava passando anche il tempo dei tormentoni e dei lacrimoni, e di film di guerra e western non se ne poteva più.
Appassionavano ancora vecchie pellicole come Duello al sole, Gregory Peck, Jennifer Jones e Joseph Cotten, sentimenti forti, destini segnati; duello all’ultimo sangue sulle rocce arroventate di un paesaggio lunare, fra innamorati persi che si odiano a morte. Scandalo al sole è tutto un altro genere.

Si aprono nuovi spiragli: l’illibatezza non è più condizione assoluta per una santa unione, almeno oltreoceano. Può accadere che due adolescenti si trovino una sera su una barca soli e confusi, che il desiderio li travolga e complice un temporale hollywoodiano la ragazza ceda e, conseguenza scontata, resti incinta. I due non sanno che fare, chiedono aiuto e trovano solo porte chiuse e miseria umana. Sarà la loro trasgressione a mettere a nudo la posizione ambigua, ipocrita e distruttiva dei rispettivi genitori, che si disprezzano ma restano uniti come convenzione vuole, rappresentanti di quella buona società ormai in decadenza.

Le ragazze degli anni Cinquanta progettavano il loro futuro – lo sposo, la sicurezza, la casa, la prole ‒ sul modello di Famiglia cristiana. Ma i sogni, i desideri roventi, quelli veri, che solcano le notti come meteore, c’erano eccome, tenuti gelosamente e vergognosamente nascosti. Poi il sabato sera si andava a scaricare tutto al confessionale ‒ “ho avuto brutti pensieri, ho immaginato, ho desiderato…” ‒ e per qualche ora si stava con l’animo leggero, leggero e rassegnato, rassegnato e mistico. Uno stato di grazia che durava poco, poi riprendeva il tormento e la delizia dei sogni proibiti.

Tratto in versione riveduta e ridotta da L’erba sotto l’asfalto ‒ Storie dalla piana dei Castelli dal ’55 al ‘75, Edizioni Controluce 2007

continua

Foto dall’archivio di Maria Lanciotti

Ciampino Anni 50 (foto archivio Maria Lanciotti)
Ciampino Anni 50 (foto archivio Maria Lanciotti)
Ciampino Anni 50 (foto archivio Maria Lanciotti)
Ciampino Anni 50 (foto archivio Maria Lanciotti)

 

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