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Ciampino, forze giovani giunte per afferrare l'opportunità di una vita migliore... (parte 4) - Castelli Notizie
Attualità

Ciampino, forze giovani giunte per afferrare l’opportunità di una vita migliore… (parte 4)

Ecco perché inizialmente a Ciampino non c’erano i vecchi, ma solo forze giovani a fare da sfondamento per afferrare l’opportunità di una vita migliore

ciampino storica

La sistemazione della piazza del mercato l’ha ideata qualcuno allergico alla terra e al verde. Aiuole squadrate incarcerate fra sampietrini e pavimentazione mista e solo qualche filo d’erba fra tanto sbarramento. Alcune donne con la borsa della spesa si riposano su una panchina, rilucidando memorie comuni.
“Vi ricordate la gente… tutta quella gente che lavorava da Palazzi? Alla Twa, all’Alitalia… ”.
“Adesso è in crisi, forse chiude baracca, l’Alitalia… ”.
“Al ristorante di Palazzi una mia parente faceva la cuoca, dalla terrazza vedeva arrivare tanti personaggi famosi, pure Soraya nel ’59…”.
“E la Sorgente Appia? Dava lavoro a centinaia di famiglie, poi… sono anni e anni che lottano per il posto di lavoro… ”.
“Le fontanelle sono state riaperte, speriamo che la Sorgente… risorga!”.
“C’erano diverse trattorie, prima della guerra, c’era l’Osteria del Cacciatore…”.
“Allora era pieno de cacciatori, su’sta pianura…”.
“E pure de lepri, ce n’erano tante…”.
“Era ‘na prateria, Ciampino. Qualche capanna, e pecore…”.
“Le mucche pascolavano libere, Peppe il vitellaro c’ha fatto la sua fortuna”.
“E prima di lui suo padre”.
“I figli poi hanno cambiato strada, si sono dati al commercio”.
“La distilleria… quanta gente ci campava…poi andò in crisi. Mio padre ricordava
quando arrivò Mussolini a inaugurala… nel 1938”.
“C’era una scuola, Il castello incantato…”.
“Lo Chalet, una trattoria tutta di legno…”.
“Sì, ma poi…”.
“Poi la guerra, i bombardamenti…”.
“Ve ricordate che macello, quell’estate del quarantatré?”
“E poi c’è chi dice che Ciampino è senza storia!”.

Viale del Lavoro_ Ciampino

Riprendo la mia camminata, pestando orme di un tracciato semprevivo.
Qui c’era la falegnameria dei fratelli Dell’Agnese, aperta nel 1946 in Viale del Lavoro e trasferita nel 1951 in piazza Trento e Trieste; di fronte c’era una casetta con una fontanella in giardino splendente di calle, e la villa di un vecchio medico attorniata di palme, che quando arrivarono le ruspe furono reimpiantate in parte nella chiesa parrocchiale; qui c’era Bepi, il calzolaio bolognese che in seguito aprì anche il
calzaturificio.
E giro l’angolo. Via Fiume. La redazione di Anni Nuovi, il periodico che nasce nel 1966 dal sogno di un ragazzo veronese trapiantato a Ciampino, Michele Concilio, e seguirà e documenterà la vita cittadina per cinquant’anni.

Via Francesco Baracca, il muretto dove si davano appuntamento la sera giovani innamorati per scambiarsi parole sussurrate fra il ringhio degli aerei.
L’ultima villetta, addossata alla recinzione dell’aeroporto, resiste ancora abbandonata a se stessa. Un melograno, un ulivo, alcune palme. Un glicine in fiore, una pergola sofferente, una vite americana contorta allo spasimo. Resti di un luogo concepito
come residenza ideale dove vivere accudendo il verde.
Via della Repubblica. La casetta sbadiglia senza più la porta, e dalla finestra sfondata appare l’orticello rigoglioso di piante di pomodori. Il cancelletto in ferro battuto giace a terra, fra gli ultimi esemplari di opere artigianali di cui ogni abitazione si fregiava.
Nel villino adiacente lavori di demolizione in corso.
Ti saluto, casetta. Anche tu sarai rasa al suolo e al tuo posto sorgerà un edificio moderno e confortevole, che si mangerà anche il tuo orticello.
Via Italia. Vegetazione incolta e alberi longevi: tigli, ligustri, eucalipti.
Piazza della Repubblica, incrocio di strade, villini disabitati. Dalla rete arrugginita e sbilenca sbircio ogni sasso, ogni frammento d’intonaco. I muri parlano. Si raccontano. E chiedono di essere ascoltati.
Il portoncino si schiude e una signora s’affaccia sulla porta. Mi guarda diffidente e in parte la comprendo; si vive all’erta, finito il tempo delle porte aperte con le chiavi nella toppa.
Approfitto per chiedere alla signora, sempre sulla porta, il perché di tante abitazioni abbandonate, e lei m’informa che sono tutte case di proprietà. “Chieda, chieda” dice accalorata “e si renderà conto!” E perché allora vanno in rovina? Mi chiedo e le
chiedo, e mi viene spiegato che sono un investimento, e che presto verranno spazzate via dai nuovi proprietari. “A loro non interessano le case ma l’area per costruire palazzi con tanti appartamenti!” e la signora indignata rientra sbattendo la porta.
Le mura dei villini condannati stanno adesso sospirando.
Fontanelle asciutte e orti screpolati. Agonizzanti gli ultimi vitigni. Erano di uva pregiata, a giudicare da qualche grappolo striminzito tenacemente aggrappato al tralcio ormai secco.

Via Dalmazia. Palazzi di quattro piani, in cortina e con avvolgibili di plastica, a ridosso dell’aeroporto, stridenti di fronte alle vecchie casette ancora armoniose e aggraziate.
Aranci, limoni, un pino gigantesco. Una fila di cedri del Giappone. Questa era veramente la città-giardino, ancora aleggia in certi angoli l’idea di bellezza e ordine come da progetto.
Un fico carico di frutti che nessuno coglie si piega sotto il suo stesso peso, e non si vede in giro nemmeno un beccafico.
Manca poco a mezzogiorno. Gli aerei gemono e urlano oltre il muro che nasconde la pista.

Piazza della Pace. Il parco giochi per bambini tra fumi di scappamento e fischiare di freni.
La lapide ai Caduti, 1940-1945. 49 nomi. L’ultimo, in ordine alfabetico, Fausto Viola, dodici anni.

Mi guardo attorno e incrocio un viso noto. “Antonio Bianco?” chiedo e lui asserisce.
“Sì, ero io che ti vendevo le scarpe”. A Pasqua e a Natale, sempre di misura abbondante, e le prime decolleté a quindici anni.
Qualche scambio di notizie, parole frantumate dal sibilo di un aereo che si alza in volo. Antonio commenta: “Era meglio prima, tutto ‘sto avanzare di modernità… Non c’è più rispetto, prima era tutto più familiare, oggi con tutti ‘sti pellegrini che arrivano da ogni parte del mondo…non ci si capisce più niente…”.
Anche noi, i nostri genitori arrivarono qui come tanti pellegrini, lasciandosi alle spalle il poco o il niente per mettersi in gioco in un contesto tutto ancora da inventare e organizzare ma che tanto prometteva. Ecco perché inizialmente a Ciampino non c’erano i vecchi, ma solo forze giovani a fare da sfondamento per afferrare l’opportunità di una vita migliore.
“Antonio, il tuo luogo di provenienza?”.
“Io arrivai qui da Salerno nel 1946. Allora non c’era lavoro ma chi aveva voglia di fare qualcosa lo trovava sempre… e anche oggi è così”. Poi quasi tra sé commenta:
“L’aeroporto è cento volte più trafficato di prima, ma chi c’è abituato non lo sente. Bisogna convivere col rumore come con il dolore…”.
E lascio Antonio Bianco alle sue considerazioni solitarie, ringraziandolo ancora per lo sconto che praticava ad ogni acquisto nel suo negozietto d’allora, in via IV Novembre.

mussolini inaugura la distilleria_ ciampino

Chiesa Sacro Cuore di Gesù. In questa chiesa io ho pianto e pregato, ho discusso con me e con Dio, e con Don Vittorino Pollastri che mi curava l’anima strigliandomi a dovere e mi confortava con le pastarelle alla crema al baretto della parrocchia.

Via 2 Giugno. Costeggio la chiesa e l’antico collegio, sbircio all’interno lo sfacelo ricoperto di bandoni, macerie e ruggine e odore tombale, che resta tuttavia il polmone vibrante da cui ripartire per un respiro nuovo nella giovane città di Ciampino.

Conclusione provvisoria…

Tratto in versione riveduta e ridotta da L’erba sotto l’asfalto ‒ Storie dalla piana dei Castelli dal ’55 al ‘75, Edizioni Controluce 2007
Foto dall’archivio di Anni Nuovi e dall’archivio di Maria Lanciotti

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