Cronaca

Omicidio Willy, lettera dal Carcere di uno dei fratelli accusati di averlo ammazzato: “Siamo innocenti, ecco chi è il colpevole”

Willy e fratelli accusati

In vista di lunedì 4 luglio, giorno in cui è prevista la sentenza in Corte d’Assise a Frosinone (durante la quale verrà emesso il verdetto sul processo legato all’uccisione di Willy Monteiro Duarte), M.B., uno dei due fratelli per cui il Pubblico Ministero ha chiesto la pena dell’ergastolo, ha affidato all’agenzia Adnkronos una lunga lettera, indirizzata alla mamma del 21enne aiuto cuoco di Paliano, massacrato di botte nella notte tra il 5 e 6 settembre del 2020, a Colleferro.

Per M.B. e suo fratello G.B., entrambi residenti ad Artena, e molto conosciuti anche a Lariano e Velletri, è stato chiesto l’ergastolo, mentre per gli altri due imputati, M.P. e F.B., la pena richiesta è stata di 24 anni di reclusione. Ricordiamo che i due fratelli artenesi si sono proclamati innocenti e hanno provato a scaricare le colpe su F.B., l’unico dei quattro imputati che si trova agli arresti domiciliari.

Nella sua lettera il giovane si rivolge in prima battuta al pubblico, che sarebbe stato a suo dire influenzato da una ricostruzione erronea da parte dei media, che avrebbe poi finito per influenzare a sua volta l’iter giudiziario. “Ho toccato il fondo. Ecco la vostra soddisfazione. E’ una cosa che non auguro a nessuno, la sensazione di essere da soli, al buio. Sono andato giù, ma oggi ho deciso di rialzarmi e combattere per la verità e per la vita”, ha premesso nella sua lettera, scritta dal Carcere di Viterbo, dove è recluso insieme al suo fratello maggiore.

willy e fratelli

“Io e Gabriele siamo ragazzi di cuore, sinceri – ha scritto in stampatello -. Tutte quelle cattiverie che hanno detto contro di noi non sono vere, sono state solo bugie su bugie per farci toccare il fondo. Siamo stati descritti sin dall’inizio, senza conoscere gli atti del processo, come mostri e assassini. Dai giornali e dai social è stata usata una nostra foto per dimostrare che eravamo due ragazzi che pensavano solo a fare la bella vita. Ho avuto la forza di guardarmi allo specchio, di essere fiero di quello che sono e di combattere per la mia innocenza.

Io e mio fratello non ci siamo mai nascosti su nulla, non abbiamo mai chiesto aiuto, non siamo mai stati protetti, sempre soli e divisi. Abbiamo sempre affrontato tutti i problemi per far capire la realtà delle cose, perché noi siamo così: disponibili, educati e rispettosi, sempre pronti ad aiutare i più deboli.

I problemi li abbiamo avuti a causa dei giornalisti che hanno perso il controllo, raccontando falsità su falsità. Come quella bellissima donna di Barbara D’Urso, che è madre di un figlio e non si rende conto prima di fare le puntate su di noi. Dentro sa benissimo il danno che può creare dicendo bugie sul nostro nome. Lei dormiva serena, io no, sapendo la guerra che avrei affrontato l’indomani in carcere per le bugie raccontate. Posso capire che è il vostro lavoro – ha aggiunto M.B., rivolgendosi idealmente ai giornalisti – ma almeno siate umani e umili nel dire la verità, perché tutti siamo figli, tutti siamo genitori e disgrazie come questa possono accadere a chiunque. Solo che qui, oltre alla disgrazia, c’é anche la beffa che il colpevole non si è preso le proprie responsabilità. Ancora con il sangue sulle scarpe, se ne sta tranquillo in casa sua”, ha aggiunto riferendosi a F.B..

lettera imputato Willy

“Sia io che Gabriele continueremo sempre, da uomini veri, a dire che non c’entriamo nulla con questo crimine. Non siamo degli psicopatici che negano davanti all’evidenza e prima o poi la verità uscirà fuori. C’è una grande differenza tra farsi la galera da colpevoli e farsela da innocenti. E quando tutto questo finirà, se ci sarà la possibilità di incontrarmi un giorno, rimarrete a bocca aperta, stupiti, capendo che non siamo le brutte persone descritte dai media: quel ragazzo non è morto per mano nostra. L’ho messo in chiaro in aula, davanti al giudice, guardando in faccia la povera madre di Willy“. 

Signora mia – aggiunge il giovane rivolgendosi alla mamma di Willy – ogni volta che ho la possibilità di guardarla, vedo il dolore e l’odio che può provare per chi le ha portato via suo figlio. E’ lo stesso sentimento che leggo negli occhi di mia madre, che è morta dentro e prova rancore per il vero colpevole, il bugiardo che ha rinchiuso i suoi figli in carcere al suo posto, per un crimine che non hanno commesso. Signora, io la guarderei come guardo mia madre. Se io e mio fratello fossimo gli artefici della morte di suo figlio, mai ci saremmo permessi di sostenere il suo sguardo come abbiamo fatto durante il processo, di guardarla come se guardassimo nostra madre. Non ci saremo mai permessi di negare le nostre responsabilità per tornare liberi: io, personalmente, mi sarei sentito sporco e infame.

Signora mia, se fossimo noi i veri responsabili di tutto questo, le avrei dato subito la soddisfazione che stavamo pagando la giusta pena. Parlo per me, ma anche per mio fratello che è in carcere senza aver toccato Willy con un dito. Io la verità l’ho detta subito, a suo figlio ha dato una spinta e un calcio per allontanarlo dal mio amico Omar, ma l’ho colpito al fianco, vero è che non ha nemmeno fatto in tempo a cadere che si è subito rialzato. Non mi sarei mai permesso di infierire con le responsabilità che derivano dallo sport che sia io che mio fratello praticavamo. A noi la Mma ha insegnato ad essere uomini, ad avere il controllo di noi stessi e ad essere sempre lucidi nelle azioni che commettiamo. Lo sport non ci ha insegnato certo ad essere assassini, al contrario ad essere responsabili, ad avere il pieno controllo della nostra forza”. 

“Ecco ciò che siamo, signora mia, in 25 anni di vita abbiamo sempre avuto le idee chiare. Non ci siamo mai drogati, siamo stati sempre lucidi per non commettere sciocchezze, per non rovinarci la vita. Spero al più presto che scoprirà la verità per poter avere la meritata soddisfazione di poter dire a suo figlio di averlo difeso, di aver assicurato i responsabili della sua morte alla giustizia. Ma non siamo noi. Non siamo quei ragazzi che le stanno facendo credere, siamo semplici ragazzi di famiglia e di cuore, che se sbagliano si assumono le proprie responsabilità. La paura più grande, che non ci dà pace  è quella di farci la galera per un fatto mediatico, non perché colpevoli. Prima o poi la verità uscirà fuori e spero sia dimostrata l’innocenza mia e di mio fratello, perché possa ritornare lui dalla sua famiglia e io crearmene una. Confido nella giustizia, la verità verrà fuori. Si sono inventati di tutto su di noi e mi spiace ma noi i problemi in carcere non li abbiamo mai avuti. Sono sempre andato in sezione con i comuni. Sulle falsità ci rido su, tra le tante quella che mi sputavano nei piatti senza sapere che ero io a portare il vitto. C’é chi ha la coscienza sporca. E non siamo io e mio fratello”, ha aggiunto e concluso M.B., che a pochi giorni dalla sentenza della Corte d’Assise ha deciso di tradurre in una lettera quella che, a suo dire, è la ricostruzione sulla tragica notte in cui Willy Monteiro Duarte ha smesso di vivere, ucciso senza avere alcuna colpa, se non quella di essersi trovato nel posto sbagliato, di fronte alle persone sbagliate, mentre aveva provato ad aiutare un amico in difficoltà. 

La lettera è stata poi commentata in maniera lapidaria dal papà di Willy, il giovane d’origine capoverdiana, che da quella maledetta notte avrà 21 anni per sempre. “Per adesso lasciamo le cose come stanno e non commentiamo. Il prossimo lunedì ci sarà la sentenza, confidiamo nella giustizia”, ha dichiarato Armando Monteiro in queste ore, confidando che la verità possa venire a galla.

L’ACCUSA DEL PUBBLICO MINISTERO: “50 secondi di sofferenza incredibile”

In sette ore di requisitoria, davanti ai giudici della Corte d’Assise di Frosinone, nei mesi scorsi i sostituti procuratori della Procura di Velletri, Francesco Brando e Giovanni Taglialatela, hanno ricostruito le fasi di quella drammatica notte in cui il corpo di un ragazzino venne “utilizzato come un sacco di pugilato” nel corso di “una aggressione becera e selvaggia messa in atto da quattro individui”. Una azione volontaria, una furia omicida ai danni di un giovane che si è trovato “nel posto sbagliato al momento sbagliato“: una lite scoppiata fuori ad un pub , il “Due di picche” poi l’arrivo dei quattro che, come raccontato da un testimone, scesero da un auto e si lanciarono contro chiunque capitasse a tiro. Secondo i rappresentati dell’accusa chiunque quella notte, in quella piazza, avrebbe potuto fare la fine di Willy.

L’azione è partita dai fratelli M. e G.B. ma poi si salda con l’azione degli altri due e diventa una azione unitaria – hanno spiegato i Pm -. Quello che è successo a Duarte poteva capitare a chiunque altro si fosse trovato di fronte” al branco. Un ruolo centrale nella requisitoria ha avuto il modus operandi dei quattro e in particolare la loro conoscenza della Mma, l’arte marziale di cui i fratelli sono esperti, che è stata utilizzata come arma per “annientare il contendente” e di “farlo senza considerare le conseguenze dei colpi”.

Colpi tecnici dati per fare male, violentissimi per causare conseguenze gravissime. Dagli esami della scientifica è emerso che sulla scarpa di F.B. ci sono tracce biologiche di Samuele Cenciarelli che aveva provato a difendere Willy. Anche Cenciarelli poteva morire quella sera”. I pm in aula hanno smontato anche le ricostruzioni fornite nel corso del processo da due testi, chiedendo la trasmissione degli atti in procura per falsa testimonianza. Il pestaggio è durato circa 50, interminabili, secondi in cui la vittima è stata raggiunta da colpi a ripetizione: “50 secondi di sofferenza incredibile”.

Gli imputati infierirono sul corpo del giovane quando era a terra e inerme: una azione che rientra totalmente nellomicidio volontario. Per l’accusa i quattro quella notte “volevano uccidere” e “Willy di fatto non si è difeso, è stato colto di sorpresa in una vicenda in cui non c’entrava nulla”. “Noi pensiamo che questo sia un omicidio doloso, volontario e non preterintenzionale”, hanno detto i pubblici ministeri sostenendo che tutti e quattro hanno preso parte al pestaggio. Dalle intercettazioni presenti agli atti dell’indagine sono arrivate conferme su quella tragica notte. Uno dei 4, in un colloquio carpito, afferma in dialetto: “gli so tirato quando steva per terra” (l’ho picchiato quando era a terra,ndr)”. Parole talmente pesanti che il padre alzando la voce lo invita a tacere: “zitto n’atra vota (zitto ancora)”.

commenta