L'intervista - filo diretto con...

Sicurezza nei locali, l’intervista all’ing. Roberto Cuccioletta dopo la strage di Crans-Montana: “Ecco perché il rischio non è imprevedibile”

L’analisi di Roberto Cuccioletta, esperto di sicurezza antincendio, dopo la strage di Crans-Montana: “La prevenzione non può fermarsi ai documenti”. L'ex consigliere comunale di Albano spiega perché incendi e tragedie non sono mai imprevedibili e quale ruolo hanno controlli e Commissioni di Vigilanza.

Generico gennaio 2026

La strage avvenuta la notte di Capodanno nel locale Le Constellation a Crans-Montana, in Svizzera, in cui hanno perso la vita 40 giovani e molti sono tuttora ricoverati in condizioni gravissime, ha mostrato come un sistema privo di sicurezza abbia portato alla morte di moltissimi adolescenti. Materiali infiammabili, uso in ambiente chiuso di sparklers attaccate a bottiglie di champagne, la totale mancanza di ispezioni e di controlli dal 2020, l’assenza di estintori e l’uscita di sicurezza bloccata.

Il grave fatto di cronaca, che ha portato alla morte di 6 ragazzi italiani, pone una riflessione su cosa preveda la normativa in tema di sicurezza sui locali in Italia. Ne parliamo con uno “specialista” in materia di antincendio e sicurezza, l’ingegnere Roberto Cuccioletta, Membro di Commissione di Vigilanza sui Locali di Pubblico Spettacolo (CVLPS), organo tecnico consultivo operante a livello comunale e provinciale (presso le Prefetture), competente sulla sicurezza, agibilità e igiene di teatri, cinema, stadi, locali di intrattenimento e altre sedi di eventi, per garantire la pubblica incolumità e il corretto svolgimento delle manifestazioni.

In Italia il funzionamento delle attività di pubblico spettacolo e trattenimento è regolato da un sistema che mette al centro la sicurezza del pubblico e la responsabilità dell’amministrazione pubblica. In questo quadro si inserisce la Commissione di Vigilanza sui Locali di Pubblico Spettacolo, che non è un organo politico né un soggetto privato, ma un organismo tecnico-amministrativo di garanzia.

Il principio di base è semplice: nessuna attività aperta al pubblico che comporti affollamento può essere svolta senza che siano state verificate preventivamente le condizioni di sicurezza. Concerti, spettacoli teatrali, cinema, discoteche, sagre, feste, manifestazioni temporanee, ma anche eventi organizzati da associazioni o parrocchie, rientrano in questa logica quando sono aperti al pubblico.

La Commissione di Vigilanza entra in gioco prima che l’attività venga autorizzata. Il suo compito è quello di accertare l’agibilità del luogo in cui si svolgerà l’evento, verificando che strutture, impianti e organizzazione siano idonei a garantire l’incolumità delle persone. Non rilascia direttamente l’autorizzazione, ma esprime un parere tecnico obbligatorio, sul quale poi l’amministrazione competente basa il proprio provvedimento finale.

INCENDIO

A seconda delle dimensioni e della rilevanza dell’evento, la Commissione può essere comunale o provinciale. Per eventi ordinari e locali con capienza limitata, opera la Commissione comunale; per manifestazioni più grandi o complesse interviene quella provinciale. In entrambi i casi la Commissione è composta da figure con competenze diverse: tecnici, rappresentanti dei Vigili del Fuoco, dell’ASL, delle forze dell’ordine e dell’amministrazione.

Di questo parliamo nell’intervista con l’ex consigliere comunale di Albano Laziale, esperto in materia.


di Karen Leonardi

Le Commissioni comunali sono spesso chiamate a esprimersi su fiere o sagre con un’affluenza molto elevata. A suo avviso il sistema è sempre adeguato a questo tipo di eventi?

“Il sistema, nel suo impianto normativo, è solido e risponde a una logica corretta di prevenzione e tutela della sicurezza pubblica. Le Commissioni di vigilanza sono state pensate come strumenti tecnici a supporto delle amministrazioni locali e svolgono un ruolo fondamentale nel garantire che gli eventi si svolgano in condizioni di sicurezza. Detto questo, è innegabile che la natura degli eventi sia profondamente cambiata negli ultimi anni. Molte manifestazioni che formalmente rientrano nella dimensione comunale hanno oggi dimensioni, affluenze e complessità organizzative molto elevate. Questo pone una questione che non è di critica, ma di opportunità di aggiornamento del sistema. È un tema che meriterebbe approfondimento, soprattutto in termini di formazione specialistica, supporto tecnico e criteri di valutazione proporzionati alla reale scala dell’evento. Non si tratta di mettere in discussione il lavoro delle Commissioni, ma di interrogarsi su come rafforzarne ulteriormente l’efficacia in un contesto che evolve rapidamente. Quando si parla di sicurezza delle persone, porsi queste domande è non solo legittimo, ma doveroso.”

L’incendio di Crans-Montana è stato definito da molti come un evento drammatico ma imprevedibile. Dal punto di vista tecnico è corretto parlare di imprevedibilità?

“Dal punto di vista dell’ingegneria della sicurezza antincendio no. È importante distinguere tra l’innesco, che può anche essere accidentale o contingente, e lo scenario di incendio, che è invece il risultato di una combinazione di fattori noti e analizzabili. Quando si verificano contemporaneamente un elevato affollamento, la presenza di materiali combustibili, un contesto di intrattenimento che riduce la percezione del rischio e l’utilizzo di sorgenti di accensione non ordinarie, lo scenario che ne deriva è tutt’altro che imprevedibile. È uno scenario tipico ad alta severità, ampiamente studiato e purtroppo già visto in molti casi analoghi. Definirlo imprevedibile significa spostare l’attenzione dalla prevenzione e dal controllo verso una logica di fatalità che non appartiene all’ingegneria della sicurezza”.

albano roberto cuccioletta

Uno degli aspetti più discussi riguarda i materiali presenti all’interno del locale. Perché sono così determinanti?

“Perché negli incendi in ambienti chiusi le conseguenze dipendono raramente dall’innesco in sé e molto più spesso dalla rapidità di sviluppo dell’incendio e dalla produzione di fumo. I materiali di finitura, i rivestimenti, i controsoffitti e gli allestimenti contribuiscono in modo decisivo alla propagazione delle fiamme e, soprattutto, alla generazione di fumi caldi e tossici. Il fumo riduce rapidamente la visibilità, aumenta la temperatura negli strati superiori e rende l’ambiente non più tenibile in tempi molto brevi. Dal punto di vista ingegneristico questo significa ridurre drasticamente il tempo disponibile per l’evacuazione rispetto al tempo necessario alle persone per uscire. Quando questo margine si annulla, anche vie di fuga formalmente presenti e correttamente dimensionate diventano di fatto inefficaci”.

Durante la serata sembra siano state utilizzate candele scintillanti. È un elemento secondario?

“No, è un elemento centrale, soprattutto sotto il profilo gestionale. L’utilizzo di scintille o effetti simili in un ambiente chiuso non può essere considerato un gesto estemporaneo. È una scelta organizzativa che dovrebbe essere valutata, regolamentata e controllata. La questione non è individuare il singolo comportamento, ma verificare se esistesse una valutazione del rischio, se fossero state definite condizioni precise di utilizzo, se vi fosse un presidio di vigilanza e se qualcuno avesse la responsabilità concreta di intervenire immediatamente in caso di comportamento non conforme. Quando queste barriere gestionali mancano, il rischio non è più governato, indipendentemente dalla presenza di certificazioni o impianti”.

Si è parlato anche di controlli assenti o non sufficienti. Quanto incide questo aspetto?

“Incide in modo decisivo. La sicurezza non è uno stato acquisito una volta per tutte, ma un sistema dinamico che cambia nel tempo. Un errore molto diffuso è ritenere che la verifica documentale sia sufficiente. La presenza di autorizzazioni, certificazioni e registri è indispensabile, ma non può sostituire il controllo sul posto. Un controllo che non preveda l’ispezione diretta rischia di certificare una sicurezza solo formale. L’incendio non si sviluppa nei documenti, ma negli spazi reali, tra persone, arredi, materiali e comportamenti. Solo l’osservazione diretta consente di verificare se le vie di esodo sono effettivamente libere, se le porte funzionano correttamente, se i materiali installati sono coerenti con quelli previsti e se le procedure sono realmente applicate”.

C’è poi il tema della capienza autorizzata, spesso sottovalutato. Quanto è importante?

“È uno degli elementi più critici in assoluto. Tutte le misure di sicurezza vengono progettate partendo da un presupposto fondamentale che è il numero massimo di persone presenti. La larghezza delle vie di fuga, il numero delle uscite, i tempi di evacuazione e l’intero sistema di esodo sono dimensionati su quel valore. Se un locale è autorizzato per cento persone e ne ospita quattrocento, non siamo davanti a una semplice irregolarità amministrativa. Tutte le misure previste per cento persone non sono più valide per quattrocento. I tempi di deflusso aumentano, si creano colli di bottiglia, cresce il rischio di cadute e di panico e qualsiasi evento critico può degenerare rapidamente. In quel momento il progetto di sicurezza perde di significato”.

Questo tipo di problema può emergere solo attraverso i controlli?

“Sì, perché la documentazione resta invariata anche quando l’uso reale cambia radicalmente. Le autorizzazioni sono formalmente corrette, ma il numero di persone presenti è molto più alto. È noto che esistono locali che, per posizione o notorietà, attraggono sistematicamente un affollamento superiore a quello consentito. Proprio questi dovrebbero essere maggiormente attenzionati e sottoposti a controlli più frequenti. Non per un approccio repressivo, ma perché il rischio cresce in modo proporzionale al superamento delle condizioni per cui il locale è stato ritenuto sicuro.”

Quindi le misure di sicurezza non sono valide in senso assoluto?

“Esatto. Le misure di sicurezza sono sempre legate ai presupposti progettuali. Funzionano solo se le condizioni per cui sono state previste vengono rispettate. Quando l’affollamento reale supera quello autorizzato, le prestazioni di sicurezza decadono anche se tutto è certificato e manutenuto. È per questo che il controllo sul posto non è un complemento, ma una parte essenziale della sicurezza”.

Che responsabilità hanno le amministrazioni e la politica?

“Hanno una responsabilità importante, perché decidere come controllare significa decidere che tipo di sicurezza si vuole garantire. Un sistema basato quasi esclusivamente su controlli documentali rischia di tutelare la forma più che la sostanza. Rafforzare i controlli sul posto, soprattutto nei periodi critici e nei contesti ad alta affluenza, significa investire in prevenzione reale e non solo formale”.

C’è il rischio che, passata l’emotività iniziale, tutto venga dimenticato?

“È il rischio più concreto. Ogni grande incendio ripropone le stesse lezioni, ma spesso vengono archiviate in fretta. La prevenzione funziona solo se è continua, coerente con l’uso reale e verificata nel tempo. Quando la sicurezza viene ridotta a un adempimento burocratico, prima o poi il sistema fallisce e le conseguenze ricadono sulle persone”.

Se dovesse riassumere il messaggio principale?

“La sicurezza non è un fascicolo né un timbro. È un sistema vivo che deve essere verificato sul posto, nei numeri reali, nei comportamenti e nelle condizioni effettive di utilizzo. Quando questo legame con la realtà si perde, il rischio diventa inevitabile”.

Come funziona in Italia?

“Il sistema italiano si fonda su una logica preventiva: prima si controlla che tutto sia sicuro, poi si consente l’apertura al pubblico. La Commissione di Vigilanza è lo strumento attraverso cui lo Stato e gli enti locali garantiscono che spettacoli ed eventi si svolgano senza mettere a rischio le persone”.

“Alla luce di tutto ciò, il dubbio che può essere legittimamente sollevato riguarda non l’esistenza della Commissione di vigilanza, ma l’adeguatezza reale della sua preparazione e della sua capacità operativa, soprattutto quando le Commissioni comunali sono chiamate a esprimersi su fiere, sagre ed eventi di massa che attirano migliaia di persone. Il sistema italiano attribuisce alle Commissioni comunali un ruolo centrale nella verifica della sicurezza, ma la complessità degli eventi è cresciuta molto più velocemente dell’organizzazione amministrativa che dovrebbe controllarli. Oggi molte sagre o manifestazioni locali hanno numeri, strutture temporanee, flussi di pubblico e rischi paragonabili a eventi di livello sovracomunale, pur restando formalmente in capo alla Commissione comunale. Pensi ad esempio al Bajocco”.

“Il primo nodo critico è la composizione delle Commissioni. Sulla carta sono organi multidisciplinari, ma nella pratica non sempre dispongono di competenze specialistiche aggiornate in materia di crowd management, valutazione dinamica del rischio, gestione dei flussi, comportamento delle folle o sicurezza di grandi eventi temporanei. Spesso i componenti svolgono questo ruolo in aggiunta alle loro funzioni ordinarie, senza formazione continua specifica e senza un reale supporto tecnico-operativo”.

“Un secondo problema è il livello di responsabilità implicita. La Commissione è chiamata a esprimere un parere che, di fatto, consente lo svolgimento dell’evento, ma lo fa spesso sulla base di documentazione standardizzata, sopralluoghi rapidi e modelli pensati per contesti molto più semplici. Questo crea una distanza tra la responsabilità formale attribuita alla Commissione e la reale capacità di valutare scenari complessi, come evacuazioni di massa, eventi meteorologici improvvisi o criticità logistiche”.

“C’è poi un tema di asimmetria territoriale. Commissioni comunali di piccoli enti si trovano a valutare eventi che superano, per dimensioni e rischio, la scala locale, senza avere né le risorse né l’esperienza tipica di strutture provinciali o di grandi città. Questo solleva una domanda legittima: è coerente affidare eventi con decine di migliaia di presenze a organismi pensati per un livello amministrativo minimo?”.

“Il punto non è accusare le Commissioni di superficialità, ma evidenziare un problema strutturale del sistema: la normativa affida alle Commissioni comunali un potere enorme in termini di sicurezza pubblica, senza garantire sempre standard uniformi di competenza, formazione e supporto tecnico. In questo vuoto si inseriscono i dubbi dell’opinione pubblica e il rischio che la valutazione della sicurezza diventi più un atto formale che un’analisi sostanziale”.

FUNZIONAMENTO DELLA COMMISSIONE

“Il procedimento funziona così: l’organizzatore presenta una domanda al Comune (di solito tramite SUAP), allegando la documentazione tecnica necessaria. La Commissione esamina gli atti e, se necessario, effettua un sopralluogo. Al termine, esprime un parere che può essere favorevole, favorevole con prescrizioni oppure negativo. Senza un parere favorevole, l’evento non può svolgersi”.

“È importante chiarire un punto spesso frainteso: la Commissione non “autorizza” l’attività, ma verifica la sicurezza. L’autorizzazione amministrativa vera e propria resta in capo al Comune o all’autorità competente. La Commissione agisce quindi come filtro tecnico a tutela della collettività”.

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