Scelti per voi

Capsule compatibili Nespresso: cosa guardare prima di acquistare

cialde nespresso

Le capsule vendute come compatibili Nespresso funzionano sulle macchine della linea Nespresso Original e non su quelle Vertuo, che usano un formato diverso. Lo ricorda Altroconsumo nella guida alle compatibili pubblicata quest’estate.

È solo il primo dei dettagli da controllare. Materiale della capsula, stabilimento di produzione, tipo di confezione e scala dell’intensità sono informazioni che il retro della scatola riporta in buona parte, spesso in caratteri piccoli, e che bastano a evitare gli acquisti sbagliati più comuni.

Il modello della macchina viene prima della miscela

Il nome del marchio stampato sulla macchina non basta. Lo stesso produttore può avere più sistemi con capsule non intercambiabili: Nespresso divide la gamma tra Original e Vertuo, mentre in casa Lavazza convivono A Modo Mio, Lavazza Blue, Espresso Point e Firma, ognuno con il proprio formato di capsula.

Il riferimento affidabile è il nome del modello, indicato sulla targhetta dati della macchina o nel libretto di istruzioni. Sulle confezioni delle capsule compatibili il sistema di destinazione compare accanto alla dicitura «compatibile con», quasi sempre seguita da un asterisco che rimanda a una nota: il marchio citato appartiene a un’altra azienda, che non ha prodotto la capsula.

Quando si cambia produttore, conviene provare una confezione piccola prima di fare scorta.

Alluminio o plastica: cosa cambia nella tazzina

Le capsule Nespresso originali sono in alluminio, mentre tra le compatibili si trovano anche capsule in plastica e in materiale compostabile. Per chi beve il caffè la differenza riguarda soprattutto la conservazione, perché il guscio deve tenere lontani ossigeno e umidità da una polvere che, esposta all’aria, perde aroma in fretta.

Anche dentro un unico formato le differenze sono ampie: tra le capsule per Nespresso Original, comprese le miscele Lavazza per il formato Nespresso, convivono gusci diversi e, con loro, modi diversi di proteggere il caffè.

I produttori di materiali per imballaggio distinguono tra capsule «autobarriera», in alluminio o in materiali multistrato, che proteggono il caffè da sole, e capsule in polipropilene, che nella maggior parte dei casi hanno bisogno di un involucro esterno. Per questo molte compatibili in plastica arrivano chiuse in buste sigillate all’interno della scatola: la busta fa parte della conservazione, e una volta aperta conviene finirla in tempi brevi.

Sulla confezione vale la pena cercare anche la dicitura «confezionato in atmosfera protettiva»: l’aria è stata sostituita con un gas inerte, di norma azoto, per rallentare l’ossidazione. La data indicata è un termine minimo di conservazione («da consumarsi preferibilmente entro»), superato il quale il caffè resta sicuro ma perde progressivamente profumo. Chi compra in quantità fa bene a scegliere capsule sigillate singolarmente o divise in buste piccole, e a tenerle lontane da fonti di calore.

Chi tosta davvero il caffè

Il marchio in evidenza sul fronte non coincide sempre con l’azienda che ha tostato e confezionato la miscela. Il regolamento europeo sull’etichettatura degli alimenti (Reg. UE 1169/2011) impone di indicare il nome o la ragione sociale dell’operatore responsabile. Dal 5 aprile 2018, con il decreto legislativo 145/2017, gli alimenti prodotti in Italia devono riportare anche sede e indirizzo dello stabilimento di produzione o, se diverso, di confezionamento.

Formule come «prodotto e confezionato da» indicano che l’azienda del marchio produce in proprio; «prodotto per» o «distribuito da» segnalano uno stabilimento esterno, pratica diffusa e regolare in tutto il settore alimentare. Nessuna delle due diciture è in sé una garanzia di qualità: serve a sapere chi c’è dietro la miscela, e a ritrovarlo quando un caffè convince.

Lo stesso retro della scatola dice di cosa è fatta la miscela: Arabica, Robusta o una combinazione delle due. Secondo Altroconsumo, però, queste informazioni sono spesso incomplete e le percentuali compaiono di rado. Quando ci sono, meritano attenzione.

Come leggere l’intensità

Il numero d’intensità descrive il grado di tostatura e la corposità della bevanda; con la quantità di caffeina ha poco a che vedere. Le scale, poi, cambiano da un produttore all’altro. Nespresso e Lavazza arrivano a 13, Caffitaly e Bialetti si fermano a 10, altri marchi lavorano su 6 livelli e alcuni non indicano alcun numero.

Un 9 su una confezione e un 9 su un’altra possono corrispondere a due caffè molto lontani.

Per confrontare marchi diversi servono indicazioni più stabili, come il grado di tostatura, quando è dichiarato, e la composizione della miscela. La Robusta contiene in media circa il doppio della caffeina dell’Arabica e dà più corpo e più amaro; l’Arabica porta aroma e una leggera acidità. Chi cerca un espresso pieno senza eccedere con la caffeina può orientarsi su un’Arabica a tostatura scura, invece di inseguire il numero più alto sulla scatola.

Sistema, materiale, confezione, stabilimento e scala d’intensità si verificano in un paio di minuti, senza competenze da assaggiatore. Le informazioni sono già stampate sul retro, tra l’elenco degli ingredienti e l’indirizzo dello stabilimento.

commenta